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domenica 19 maggio 2019

Meshes of the afternoon


Una serie di sfortunati eventi esistenziali mi ha tenuta lontana da questi schermi davvero MOLTO a lungo.
Per circa sei mesi non ho avuto con me il PC ed ho vissuto in maniera alquanto precaria, ma oggi, finalmente meno angosciata, ho visionato il film del quale vi voglio parlare.
Definito uno dei film più interessanti mai realizzati, Meshes of theAfternoon rappresenta un viaggio onirico, allucinato, folle forse, dentro il quale lo spettatore può individuare molti significati.
Realizzato da Maya Deren e da suo marito Alexander Hammid nel 1943, ha una durata di 14 minuti, ed è stato originariamente pensato come un film privo di colonna sonora.
Successivamente, nel 1959, il film è stato arricchito dalla colonna sonora inquietante e scarna composta da Teiji Ito, terzo marito della Deren.


Nel film vengono mostrati alcuni elementi ricorrenti, che ad uno psicologo o studente di psicologia potrebbero comunicare simbologie bene definite legate alla parte inconscia della mente umana, ma che per me, misera profana, hanno assunto significati dei quali vi parlerò poi.
Gli elementi in questione sono: un coltello, una chiave, un fiore che somiglia molto ad un grosso papavero, un giradischi, ed un telefono con la cornetta staccata.
Inoltre nel film vi è una ripetizione circolare di eventi, e la presenza inquietante di una misteriosa figura ammantata di nero.
Raccontare la trama di questo corto, è alquanto difficile.
Tutto gioca attorno agli oggetti che vi ho descritto prima, alla circolarità delle azioni, e alla misteriosa figura.
Un braccio, innaturalmente lungo, posa un fiore a terra.
Una donna lo raccoglie. Sale delle scale verso casa sua, e quando sta per aprire la porta le sfugge di mano la chiave. La chiave rimbalza giù, lungo gli scalini. La donna la riprende, entra in casa, vede un coltello in una pagnotta, e il ricevitore del telefono staccato.
Sale al piano di sopra, entra in stanza da letto: c'è un giradischi che suona a vuoto. La donna lo ferma. Scende di nuovo, arriva in un salotto e cade addormentata su di una poltrona..
Nel sogno vede se stessa inseguire una figura ammantata di nero. La figura porta con sé il fiore. La donna lo raccoglie e sale lungo le scale per tornare a casa.
Se nella prima scena non potevano vedere il viso della donna, nella seconda è visibile.
La donna, con fare guardingo, entra in casa.
Sugli scalini per il piano superiore c'è il coltello.
Sale le scale al rallentatore, apparentemente affaticata, ed arriva nella stanza da letto. Sul letto c'è il ricevitore del telefono. Nascosto, il coltello.
Nel coltello si riflette brevemente la sua faccia (deformata)
La donna copre il coltello, e rimette il ricevitore del telefono al suo posto.
Senza alcun preavviso, cade dalla finestra.
Ma non è all'esterno.
La vediamo contorcersi sulle scale in una serie di cambi di angolazione della camera, che danno allo spettatore una sensazione di claustrofobia e pericolo.
La donna vede se stessa, al piano inferiore, addormentata sulla poltrona.
Il giradischi suona a vuoto.
Si sporge, ed è come se lo spazio si restringesse di colpo.
La donna spegne il giradischi.
Dalla finestra scorge la figura ammantata di nero con il fiore in mano.
Scorge se stessa che insegue la misteriosa creatura, si ferma, sale le scale che conducono a casa sua.
La donna che guarda dalla finestra toglie una chiave dalla bocca: è la chiave di casa.
La donna che stava salendo le scale, apre la porta.
Vede la figura ammantata di nero. La segue lungo le scale per il piano superiore.
Con angolazioni distorte e l’uso del rallenty, lo spettatore viene nuovamente trascinato nell'atmosfera soffocante vissuta prima.
La donna cerca di inseguire la creatura, ma è come se non avesse forze.
Nuovamente lo spazio si deforma e restringe.
La donna si arrampica sulle scale; vede la figura nera posare il fiore sul letto.
Sembra dire qualcosa, forse implorare.
La creatura si gira, rivelando il suo volto: uno specchio.
Svanisce di colpo.
La donna, è a piano terra.
C'è il coltello vicino a lei.
Vede se stessa dormire sulla poltrona. Dalla finestra scorge la figura nero vestita. Di nuovo scorge se stessa che la insegue, si ferma, sale le scale.
Dalla bocca della donna che guarda esce una chiave.
È la chiave di casa.
La chiave muta in coltello.
La donna va in cucina, dove vede due se stessa sedute ad un tavolo.
Mette il coltello sul tavolo e si siede.
Il coltello ridiventa chiave.
Ad una ad una le donne prendono la chiave.
Ogni volta che viene portata via da una di loro, riappare.
La terza donna prende la chiave; il palmo della sua mano, è nero. La chiave, ridiventa coltello.
La donna cerca di uccidere la se stessa che dorme sulla poltrona.
All’ultimo momento si sveglia, e davanti ai suoi occhi c'è un uomo.
L’uomo ha il fiore in mano.
Rimette a posto il ricevitore del telefono che si trova sulle scale.
Sale al piano superiore. La donna lo segue.
In camera da letto posa il fiore sul materasso, così come aveva fatto la nera figura.
La donna guarda il fiore.
La camera indugia sul fiore, si sposta, mostrando il volto dell’uomo riflesso in uno specchio.
La donna si sdraia sul letto assieme all’uomo.
L’uomo si china verso di lei.
Il fiore, che giace sul cuscino accanto al viso della donna, muta in coltello.
La donna lo prende, gettandolo addosso all’uomo.
La realtà si infrange come uno specchio, rivelando una veduta oceanica.
Frammenti cadono sulla spiaggia.
Stacco.
L’uomo sta tornando a casa.
Vede il fiore per terra e lo raccoglie.
La chiave è nella toppa.
Gira la chiave ed entra in casa.
Vede la donna sulla poltrona.
Il giradischi accanto a lei, distrutto.
La donna è morta; si presenta ricoperta di alghe e frammenti di vetro. Nella mano sembra tenere il coltello.
Fine.
Al di là delle analisi di tipo femminista che questo film sembra avere (la solitudine della donna lasciata sola a casa, lo struggimento della figura femminile nel trovare una identità libera dalle imposizioni maschili) e ad analisi di tipo squisitamente psicanalitico, io in questo film, mano a mano che le immagini scorrevano, ho visto una efficace rappresentazione della malattia mentale;
la depressione, nello specifico.
La nera figura che irrompe nella vita della donna può essere vista come una rappresentazione della malattia, che trasforma la quotidianità in un labirinto di azioni circolari, di giorno in giorno sempre più distorte e disturbate.
La persona perde la propria identità, cerca di ritrovarla (la chiave per la porta di casa), ma si ritrova in una realtà identica, e allo stesso tempo sempre più malata.
Ogni azione si trasforma in sofferenza.
Salire le scale, muoversi diventa difficile come se ci si muovesse al rallentatore prima, e senza alcuna forza o volontà, poi.
Il coltello è sempre presente, come simbolo del desiderio di annientare se stessi.
Appare, scompare, si muta in chiave (mezzo con il quale cercare di ricostruire la propria normalità) e poi nuovamente in arma che ferisce ed uccide.
Il telefono staccato, ai miei occhi, simboleggia l'incapacità di comunicare il proprio malessere al mondo.
Quando l’uomo torna e lo rimette al suo posto, è perché non ha colto i segnali di sofferenza della donna.
Si tratta di una cosa che capita molto spesso: le persone che circondano un depresso possono intuire un malessere, cercano conferma dal malato stesso, il quale al 99.9% dei casi, negherà il problema.
Quindi, rassicurati, metteranno una pietra sopra alla cosa. (rimettere il ricevitore al suo posto, ristabilire la normalità.)
L’uomo, quindi, diviene una sorta di simulacro del malessere vissuto dalla donna.
Non essendo lui in grado di vedere, di aiutare e proteggere, diviene esso stesso la malattia.
La lotta costante tra desiderio di andare a vanti, vincere sulla depressione, e quello di cedere, attraversa tutto il film.
Sfortunatamente il costante oscillare tra desiderio ricostruire e quello di annientare se stessi termina con la vittoria di quest’ultimo, portando la donna ad un ben triste finale.
Ogni speranza svanisce, (come la chiave che diventa coltello) e la donna, sia inconsciamente che consciamente, decide di farla finita.
La realtà nella quale viveva si infrange, rivelandosi solamente una illusione.
Ciò che appare dietro di essa è la vastità dell'oceano che inghiotte, inglobando dentro di sè ogni cosa, in un abbraccio gelido ma rassicurante.
Il fiore che appare nel film, sembra un papavero.
Essendo il film in bianco e nero appare bianco, e quindi non sono sicura si tratti davvero di un papavero.
Potrebbe essere un Anemone.
Ho controllato nel web il significato di questo fiore, trovando quanto segue:
“L’Anemone rappresenta l’effimero e l’abbandono. Un amore tradito, una speranza mal riposta, e viene regalato quando si vuole far notare a qualcuno di essere stati trascurati soprattutto in amore, ma non solo. Anche un amico può usare questo fiore per dimostrare di sentirsi abbandonato.”
Il che, calza perfettamente con le analisi che sono state fatte del film, e che io stessa ho elaborato.
Il Papavero, invece, nella sua colorazione bianca, sembra avere il seguente significato: consolazione, sonno, sventura.
Anche questo significato, calza molto bene a quanto viene mostrato nel film.
In ogni caso, come ogni film espressionista, va interpretato.
Questa che avete letto, è la mia interpretazione.
Non ho idea se sia mai stata fornita una spiegazione “ufficiale” di questo corto, ma tutto sommato è bello poter visionare una pellicola, vedendovi ciò che la propria mente, il cuore, comunicano ai sensi.
Con questo vi invito a vederlo, (è liberamente disponibile su YouTube, ma cercate la versione con la colonna sonora del 1959) ed a compire un viaggio attraverso simboli, immagini, sensazioni, e… tutto quello che volete!
Alla prossima!






lunedì 11 dicembre 2017

L'Inferno - 1911

L’ Inferno è un film muto del 1911 di produzione Italiana.
Primo lungometraggio Italiano venne prodotto dalla Milano Films, una delle maggiori case cinematografiche del paese.
L’ Inferno è un adattamento del primo cantico della Divina Commedia, dal quel differisce in alcuni punti e dettagli.
Complessivamente l’opera viene tutt’ora considerata come una delle più fedeli rappresentazioni dantesche mai realizzate.
La pellicola prende spunto per le proprie scene, dalle incisioni di Gustave Doré.
Strutturata in 54 scene, presenta intermezzi con stralci tratti dall’immortale poema di Dante e frasi in prosa, coniate per l’occasione.
Il film, per la sua complessità, venne girato nel corso di tre anni, e presenta un quantitativo straordinario di effetti speciali di vario tipo, e comparse.
L’inquadratura è a camera fissa, con occasionali spostamenti laterali che aiutano a rendere meno monotona l’impostazione delle scene.
Assente la presenza di primi piani o carrellate, tecniche ancora non sviluppate all’epoca.
In compenso, come accennato in precedenza, gli effetti speciali sono incredibilmente ben fatti ed interessanti.



Il cinema all’epoca era più improntato sull’intrattenimento e sullo “stupire” lo spettatore, e dunque gli effetti speciali rivestivano un ruolo fondamentale.
Sovrimpressioni, fondali neri, uso di fumo, esplosioni, personaggi che appaiono e scompaiono o volano e molto altro, vengono esibiti all’interno della pellicola in compagnia di una scenografia affascinante, ed un uso massiccio delle comparse.
Queste, recitano prevalentemente nude, cosa che mi ha sinceramente stupita.
La realizzazione delle scene si rivela accurata, persino maniacale.
Ho notato come le inquadrature a campo lungo e medio, siano costruite seguendo le regole della fotografia.
Più volte mi sono ritrovata a sorridere notando diagonali, linee di forza, sulle quali la scena si regge, e che nella loro semplicità danno leggerezza ed eleganza.
La versione che ho visionato (di eccellente qualità) e che vi consiglio, è stata caricata nel canale YouTube di Mike Kiker.
Questi è l’autore della colonna sonora che accompagna l’intera pellicola.
La versione da lui curata è peculiare, poiché si tratta di una copia dell’Inferno proiettata al pubblico con la colonna sonora eseguita in diretta, e praticamente improvvisata a seconda di quanto ciò che accadeva sullo schermo ispirava allo stesso Kiker.
Interessante ciò che scrive nella descrizione del video.

I was asked by the organization Cinema Ray in early September 2016 to perform a live score with a silent horror film, as a part of their month-long "Silent Screams with Live Music" series. Of the choices I was given, "L'Inferno" was the first film that I watched and even before finishing it or watching any of the other films, I knew that this was the film meant for me. I was disturbed on a psychic level, yet intrigued by what amazing feats the filmmakers had accomplished in their day. With the exception of the Overture (recorded in September 2016) and a few recurring themes, this score was about 95% improvised. I worked up various sounds and progressions, but didn't decide on a set structure until within the performance itself. I just reacted naturally to the feel of the film as it progressed. This was an absolute labor of love to put together with Rich and Allison from Cinema Ray and to release. Enjoy with an open mind. - Mike Kiker, 4/27/2017

Il film venne restaurato nel 2006, e ripubblicato con una colonna sonora curata dai Tangerine Dream. (suppongo tenterò di cercarla, sebbene sappia poco e nulla del gruppo, ed in generale il prog-rock/psichedelia non siano generi che prediligo)
Ho trovato la visione di quest’opera davvero interessante.
Gli effetti speciali, la recitazione non troppo eccessiva, la ricostruzione delle scene mi hanno sinceramente affascinata e stupita.
Trovo che il regista abbia fatto un lavoro mirabile; non vi è nulla fuori posto.
Comparse, attori, effetti speciali, tutto gioca in perfetta armonia confezionando un prodotto che tutt’ora brilla per il suo altissimo livello.
Non a caso l’Inferno si rivelò un grande successo di pubblico e critica sia a livello nazionale, che internazionale.
Vi lascio il link, invitandovi caldamente a visionare questo piccolo capolavoro Italiano.


giovedì 7 dicembre 2017

HÄXAN - 1922

Amo i film muti perché sono crudeli.
Nella loro essenzialità e mancanza di suoni, lasciano alla potenza di espressioni ed immagini il compito di raccontare.
Durante le mie scorribande curiose tra video musicali e articoli scovati su social ed altro, spesso mi imbatto in piccole perle.
Questa volta la mia curiosità è stata portata lontano dal video che potete vedere aprendo il link.
Il brano è di Beta Evers, un’artista Tedesca, specializzata in elettronica minimale e non dalle sonorità alquanto dark, e una certa predilezione per temi come BDSM ed affini.
Il video è un fanmade, che l’artista ha molto apprezzato.
Presenta un suggestivo montaggio di immagini tratte da HÄXAN un docufilm svedese del 1922, il cui argomento è la storia della stregoneria, unite ad altre appartenenti ad una differente pellicola che spero di trovare e visionare.



Mescolando informazioni storiche e ricostruzione cinematografica, Häxan porta lo spettatore in un viaggio a tratti angosciante nelle credenze popolari su demoni e streghe, il ruolo dell’inquisizione, modalità di interrogatorio e torture.
Si analizza infine, usando il metro della scienza medica dell'epoca, il peso che il disagio mentale ha ed ha avuto nella psiche di quelle donne considerate come streghe.
Un film scarno e potente, che mette in luce in modo semplice ma incredibilmente efficace tutta una serie di orrori legati alla stregoneria.
Sul finale, ho pianto.
Ho pianto, perché pur con tutte le limitazioni dell’epoca, si mostra come nonostante i secoli siano trascorsi, qualunque donna od individuo dai comportamenti anomali venga bollato, discriminato e rinchiuso in cliniche, dove viene trattato con metodi forse più umani e non cruenti come quelli dell'inquisizione, ma che fanno ugualmente capire come per la stragrande maggioranza delle gente nulla sia realmente cambiato.
La diversità, fa paura.
Tutto ciò che non si può spiegare o dominare un tempo veniva attribuito al demonio, ora ad altre circostanze, ma l’atteggiamento tenuto da chi non sa e non soffre, è il medesimo.
Noi, donne che silenziosamente annaspiamo sotto il peso di una mente incapace di assolvere decentemente al proprio dovere, siamo le nuove streghe.
Facciamo spavento, esattamente come quelle donne che in tempi antichi solo per il fatto di essere in qualche modo “diverse”, venivano torturate e messe al rogo.
Consiglio vivamente la visione di questo film, specie se amate il cinema muto e temi legati a stregoneria, e condizione femminile nei secoli passati.
La copia che ho visionato ( e della quale metto il link a termine del post) è di qualità straordinaria, e merita di essere vista in tutta la propria feroce bellezza di immagini, temi e chiaroscuri.
La recitazione è molto bella.
Non vi sono eccessi di tipo espressionista, è tutto molto misurato e per certi versi “reale”.
Buona visione.

giovedì 13 ottobre 2016

Posle Smerti - After Death

Posle Smerti (After Death) è un film Russo del 1915, diretto da Yevgeni Bauer
Bauer era uno dei più importanti registi Russi di inizio secolo, ma purtroppo gran parte delle sue opere sono andate perdute.
Di una settantina, ne sopravvivono solo ventisei.
Una di queste è Posle Smerti – After Death.
Sono rimasta piacevolmente impressionata da questo film, non più lungo di 47 minuti.
Sono presenti interessanti inquadrature, e un uso della carrellata davvero notevole per l'epoca.
In una scena ho provato molta tenerezza nell'ammirare con quale difficoltà si allontanasse la camera, per passare da un' inquadratura stretta ad una ampia.
Abituati alle prodezze delle moderne tecnologie, la lentezza e le piccole incertezze di quella manovra, sono risultate persino commoventi.
In una delle scene di apertura, assistiamo ad una pregevolissima carrellata su di un lussuoso party.
La camera procede inquadrando la sala scorrendo in orizzontale dando allo spettatore una fugace visione dei partecipanti, tutti estremamente bravi e naturali nelle loro interpretazioni.
Di cosa parla la storia?
Il plot è assai semplice, ma di effetto. Un'unica pecca grossa come una casa rovina l'insieme del film, e ve ne parlerò al momento opportuno.
Andrei è uno studente universitario orfano di madre. Vive con la zia iperprotettiva, e passa le sue giornate in solitudine e reclusione a studiare.
Un suo amico, preoccupato che il ragazzo finisca col trascorrere tutta la vita in isolamento lo invita ad un party.
Andrei va seppur di malavoglia, e lì incontra una giovane attrice di nome Zoya.
Vi è un intenso scambio di sguardi tra i due, che rende evidente come i giovani siano rimasti affascinati l'uno dall'altro.
Andrei rivedrà Zoya in un'altra occasione, e sempre per “colpa” dell'amico.
Disorientato dai sentimenti che prova, e desideroso di non assecondarli per conservare la propria dedizione allo studio, rifiuta di stringere ulteriori rapporti con Zoya.
La ragazza tuttavia, invia ad Andrei una missiva: vuole incontrarlo.
I due si vedono in un parco, e Zoya si dichiara ad Andrei.
Lui, stupefatto e confuso reagisce in maniera piuttosto fredda suscitando la delusione di Zoya, che se ne va lasciandolo solo.
Tre mesi dopo l'uomo scoprirà che Zoya si è avvelenata, a causa di un amore non corrisposto.
Sconvolto, va dai parenti di lei. La sorella darà al giovane il diario personale di Zoya e la sua foto.
Da quel momento in avanti Andrei svilupperà un'ossessione per la donna, che lo porterà ad avere sogni inquietanti, visioni, malesseri.
Al termine del film, sopraffatto dagli eventi, morirà.
Le parti oniriche sono a mio parere splendide.
Zoya, interpretata dall'attrice-ballerina classica Vera karalli si presenta avvolta da un etereo abito bianco. I lunghi capelli sciolti e fiori sul capo, la rendono una visione magica, piena di fascino.


Lo scenario è scarno, suggestivo.
Solo un campo di grano, mosso dal vento.
La scena in cui Zoya dopo aver assunto il veleno inizia a stare male e poi muore, è recitata in maniera mirabile per l'epoca.
Non presenta esagerazioni, è davvero molto realistica e al contempo elegante.
Le parti dove Andrei incontra il fantasma di Zoya nella realtà, ovvero all'interno di casa sua, trasmettono uguale fascino.
Tutto appare molto onirico, sospeso, estremamente ben confezionato.
L'unica pecca, ed è una pecca davvero grossa, sta nella scena che in teoria dovrebbe essere quella chiave in tutto il film.
Quando Zoya ed Andrei si incontrano la narrazione perde colpi, e sembra mancare di elementi essenziali per far comprendere allo spettatore l'importanza e la gravità di quanto sta accadendo.
Ho dovuto rivedere la scena, perché non riuscivo a cogliere il motivo preciso per il quale Zoya avesse deciso di uccidersi.
Anche dopo una seconda visione, sono rimasta perplessa.
In ogni caso questo film costituisce una piccola perla, e credo vada visto in virtù delle sue qualità tecniche, per l'atmosfera suggestiva, e la bellezza di alcune scene.
Una curiosità, Vera Karalli sembra sia stata un elemento chiave nell'assassinio di Rasputin.
La sua presenza nel Palazzo Reale il giorno dell'omicidio, e la sua condizione di amante del Granduca Dmitri Pavlovich, ovvero uno dei mandanti di quell'esecuzione, fanno supporre che anch'essa facesse parte del complotto.
Il film lo trovate per intero su youtube, sottotitolato in Inglese.
Buona visione.

lunedì 11 luglio 2016

Destiny/Der Müde Tod

Destiny/Der Müde Tod è un film muto del 1921 diretto da Fritz Lang, il leggendario regista Tedesco autore di “Metropolis”, assoluto ed indiscusso capolavoro del cinema muto. (che prima o poi guarderò)
Come spesso mi accade, e so di suonare molto ripetitiva, sono arrivata a questa pellicola tramite vie traverse ed insolite.
La molla, è scattata grazie al brano “Pleiady” dei Schonwald, un gruppo Italiano di darkwave, post-punk e generi affini, scoperto qualche giorno fa.
Il video che accompagna la canzone, è realizzato montando spezzoni tratti dal film di cui vi sto parlando.
Le scene utilizzate sono quelle più suggestive, oscure e magiche, presenti in “Der müde Tod”
Affascinata da brano, video, e dalla presenza di Lil Dagover nei panni della protagonista, ho subito fatto una ricerca nel web, per tentare di trovarlo.

Lil Dagover 

Lil Dagover è un'attrice a me familiare, in quanto protagonista del leggendario “The Cabinet of Dr. Caligari” film che da sempre suscita risatine e battute sarcastiche, per via di questa scena entrata di diritto nell'immaginario comico collettivo.
Ero dunque assai curiosa di vederla in panni differenti, e posso dire di averla apprezzata moltissimo.
Libera dagli eccessi della recitazione espressionista, ha portato in scena una figura femminile splendida dall'emotività appena enfatizzata, capace di rendere ogni sfumatura della storia con grande bravura.
La pellicola è disponibile per intero su YouTube, e in un formato qualitativo eccellente.
Ho apprezzato anche la colonna sonora perfettamente calzante in ogni situazione, non monotona e curata. 
La storia, è una fiaba dark che ne contiene altre di vario genere, il cui tema di base mi ha ricordato moltissimo diversi racconti appartenenti all'universo delle fiabe, (per l'appunto) e leggende popolari.
Tutto si basa su di una donna alla quale la morte ha portato via il fidanzato, nel bel mezzo di quello che ha tutta l'aria di essere un viaggio di nozze.
Spinta dalla convinzione che l'amore può essere forte quanto la morte stessa si reca da quest'ultima, chiedendo di riavere indietro l'anima adorata.
Il triste mietitore, conquistato dalla caparbietà di colei che gli sta dinnanzi, le propone una sfida.
Se risulterà vincitrice, potrà avere indietro il fidanzato.
L'intera scena, si svolge all'interno della dimora dove abita la morte, e dove vengono conservate migliaia di candele rappresentanti ciascuna, la fiamma che mantiene in vita le persone.
Questo è uno dei temi che ho trovato in svariate leggende popolari, e si tratta di un'immagine incredibilmente efficace, romantica e suggestiva, che amo moltissimo.


Proprio delle anime legate a tre grosse candele, dovrà occuparsi la donna. 
Catapultata in tre scenari differenti, i quali costituiscono di fatto tre storie a sé inserite all'interno di quella principale dovrà superare prove e sofferenze, sperando di spuntarla.
I protagonisti del plot di base, ovvero il triste mietitore, i due fidanzati e altri personaggi secondari si trasformano negli attori che animano le storie, durante le quali la donna dovrà cercare di impedire la dipartita del proprio fidanzato.
Questo il tema ricorrente, fisso, che lega ogni ambientazione.
Partendo dall'Arabia durante il sacro periodo del Ramadan si passa poi alla Venezia medievale, sino a terminare la corsa in un Giappone un po' grottesco e caricaturale.
Queste tre parti sono molto curate per quanto riguarda ambientazioni, scenografie e costumi con piccole perle come la presenza di dervisci danzanti nel primo spezzone, ma non mi hanno particolarmente entusiasmata, forse perché da questo film io mi aspettavo atmosfere sospese ed oscure per tutta la durata della pellicola, e non solamente all'inizio e fine.
Sono in ogni caso godibili, ricche di dettagli e dallo stile sempre differente, rendendo la visione mai noiosa e stimolante. (io mi sono annoiata, ma per il motivo descritto poco fa)
Nel primo spezzone troviamo dramma, crudeltà, mistero, e la contrapposizione sempre attuale di un amore contrastato, a causa di motivi religiosi (lei, figlia del califfo, lui, cristiano)
Nel secondo spezzone, quello veneziano, le atmosfere diventano ancora più drammatiche ed oscure, mentre gli scenari rarefatti, meno importanti, per dare maggior risalto al rapporto tra i vari protagonisti.
Il terzo spezzone, quello giapponese, è leggero, comico, ricco di piccole gag e momenti grotteschi.
Troviamo una buona presenza di effetti speciali a volte piuttosto buffi, ma in ogni caso interessanti per l'epoca.
Il finale ci riporta alla realtà, e alle atmosfere gotiche ed oscure già viste in partenza.
La donna, dopo aver fallito nella sua missione, perché la morte non può essere vinta da nessun essere umano e neppure dall'amore, ottiene un'ultima possibilità per salvare il proprio fidanzato: deve trovare un'anima da cedere al triste mietitore, in cambio di quella desiderata.
Questo tema mi è molto caro in quanto presente in moltissime storie lette in passato, (così come del resto le prove, o viaggi compiuti da amanti disperati in cerca del perduto amore) e spunto di base per un racconto che sto scrivendo, e chissà quando vedrà la luce.
In un susseguirsi di scene fortemente drammatiche anche per come sono state realizzate (vi dico solo una cosa, c'è un grande incendio e sembra dannatamente reale. Considerando che all'epoca non possedevano grossi effetti speciali, temo lo fosse) assistiamo al disperato tentativo della donna di indurre qualcuno a cederle la propria vita, al rifiuto di questi ultimi, e ad un momento di grande profondità e commozione che non vi spoilero, per non guastarvi la sorpresa.
Ciò che accade, è facile da intuire: l'infelice sposina si immolerà offrendo la propria vita alla morte, e i due fidanzati verranno riuniti per sempre nell'aldilà.
Un lieto fine dolce amaro per un film dalle suggestioni potenti e un messaggio morale forte, sempre attuale.
Ho amato moltissimo l'attore che impersona la morte: l'ho trovato splendido di una bellezza non consueta e classica, ma per via del magnetismo austero da lui emanato.

Bernhard Goetzke

È una morte malinconica, rassegnata, che non gioisce di ciò che è chiamato a fare, per obbedire ai voleri del Creatore.
Se la sua figura vi sembrerà familiare ricordandovi un' altra celebre raffigurazione della morte, ovvero quella de “Il settimo sigillo” (altro film da vedere) è perché Ingmar Bergman pare si sia ispirato proprio a “Der müde Tod”, per creare il “suo” triste mietitore.
Alcune scene sono bellissime ma non ve le racconto, un po' perché le potete ammirare nel video postato sopra, un po' perché ammesso vi venga voglia di guardare il film, non intendo privarvi delle emozioni che io ho provato. (sperando possano essere anche vostre)


lunedì 23 maggio 2016

Napoli pt.2 - Le Anime Pezzentelle

Secondo post su Napoli.
Durante la nostra settimana, abbiamo visto un'infinita di cose, tanto che, probabilmente, questo post sarà solo il primo di una serie a tema.
Una cosa che ci ha colpiti rispetto l'anno scorso, è stato notare come vi fossero molte più strutture aperte ed attive, e come la città in generale, apparisse maggiormente valorizzata.
È stato davvero bello ed impegnativo dover scegliere cosa vedere e cosa lasciare per il prossimo anno, segno che Napoli sta finalmente rimettendo disponibili ai turisti, buona parte dei propri tesori nascosti.
Ma iniziamo con questo giro molto random.

Uno dei luoghi che più mi sono rimasti nel cuore, è il Complesso Museale Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco.
La chiesa, venne edificata da varie famiglie nobili, per poter dare degna sepoltura alle persone costrette in povertà, che dunque non avrebbero mai potuto racimolare il denaro necessario, a questo scopo.
La chiesa, è già di per sé un' interessante visita, ma è quanto giace SOTTO di essa, a costituire la parte più suggestiva ed unica, dell'intero complesso.
Nei sotterranei difatti, si trovano i luoghi ove avveniva la preparazione e successivamente sepoltura, delle persone indigenti.
Una chiesa gemella, costruita in linea d'aria con quella soprastante, dedicata unicamente alla conservazione delle “anime pezzentelle”.
L'area è stata bonificata, le ossa ed i teschi lasciati alla “devozione” e cura popolare rinchiusi all'interno delle loro nicchie, ad eccezione di alcune, tutt'ora visibili.
Forse alcuni di voi non sanno, che a Napoli il culto dei morti, è estremamente vitale.
I napoletani hanno nei riguardi dei morti, e sopratutto delle loro anime, una sorta di rapporto d'amicizia, basato sul dare e avere.
In pratica, esattamente come avveniva (e credo avvenga ancora) al Cimitero delle Fontanelle, ossa e teschi vengono lasciati esposti, e a disposizione dei fedeli che visitano il cimitero.
Costruire piccole casette per un teschio in particolare, pulirlo, omaggiarlo con doni e preghiere, è un modo molto singolare, di invocare l'aiuto dell'anima legata al teschio.
Partendo dal presupposto che ci si trova dinnanzi ad anime ferme in purgatorio, e dunque bisognose di preghiere, il Napoletano scaltramente ha pensato, di offrire all'anima assistenza e refrigerio dal fuoco purificatore, con preghiere, gesti di affetto e doni, in cambio di grazie.
Se il teschio si dimostra ben disposto, gli verrà costruita una teca più bella, portati doni migliori e rivolte preghiere più frequenti.
Se invece delude le aspettative del fedele, il teschio/anima verrà “punito” con metodi assai rudimentali ma efficaci, come il murare la sua teca.
L'area, come detto sopra, è stata bonificata e le casette murate non solo per questioni di igiene, ma soprattutto per contrastare le visite alle anime pezzentelle, che stavano diventando troppo vivaci, assumendo i contorni di un vero e proprio culto.
Non essendo resti di Santi, la cosa non è risultata gradita alla Chiesa, la quale ha ben pensato di privare i Napoletani, di questa semplice ed onesta usanza.
Tuttavia, basta inoltrarsi dietro la chiesa sotterranea, per trovare tutto così come era in origine.
Nascosta agli occhi di chi non sa, le nicchie contenenti ossa e teschi si susseguono una dopo l'altra, in un tripudio di oggetti sacri, monetine, foto di cari e altro, sepolti sotto lo strato polveroso di secoli.


Fonte immagine: Rocaille (cliccate il link per altre info, ed interessanti immagini)

Non è più permesso scendere a salutare le anime, ma una di esse gode ancora di viste occasionali.
Si tratta del teschio di Lucia.
Adagiato su cuscini, all'interno di una nicchia solo a lei dedicata, il teschio di Lucia, col suo velo da sposa e il diadema prezioso, rappresentava e rappresenta tutt'ora, anche se in maniera minore, il punto di raccolta privilegiato delle donne di Napoli, in cerca di una grazia speciale.


Fonte immagine: Vesuvio Live

Ci si rivolgeva a lei per ottenere gravidanze o matrimoni felici, ma anche per tutte le altre problematiche, che possano manifestarsi nella vita di una persona.
Ma chi era Lucia?
Molte le leggende sul suo conto, che potete leggere seguendo questo link.
Ciò che accomuna tutte le storie narrate da secoli, è la morte violenta della giovane, poco prima o poco dopo il matrimonio.
Per questo, Lucia è stata “adottata” dalle donne di Napoli come un simbolo, un'anima particolarmente attenta ai dolori dell'universo femminile, dolori che anche la giovane ed infelice sposa, ha patito.
Si identificano le napoletane con Lucia, e forse lo stesso teschio, l'anima che esso rappresenta, si identifica nel dolore di queste donne, dandole la capacità di intercedere con migliore efficacia, all'esaudimento di grazie e favori vari.
Le napoletane andavano da Lucia donandole i propri veli da sposa, ricoprendo l'area circostante la sua nicchia di messaggi colmi di amore, speranza e dolore.
Potrei parlare ancora a lungo di Lucia e delle anime pezzentelle, ma non riuscirei mai a trasmettervi le sensazioni che ho provato visitando la chiesa, e il cimitero sottostante.
Se passate a Napoli, fate un giro. Il complesso si trova in zona centrale, ed è facilmente identificabile dalla balaustra in metallo, sulla quale spiccano dei teschi in ottone, consumati dalle mani di coloro che passano.
Suppongo si ritenga un gesto di buon augurio. Io, personalmente, ho carezzato quei teschi con molto affetto.

Complesso Museale Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco.
Via dei Tribunali, 39


giovedì 5 novembre 2015

Vampyr - 1932

Vampyr è un film horror del 1932 di produzione Tedesco – Francese, diretto da Carl Theodor Dryer.
Primo film sonoro realizzato da Dryer, venne girato in tre lingue differenti, rendendo la lavorazione della pellicola particolarmente impegnativa.
Per ovviare al problema, il regista decise di optare per un formato ibrido tra non sonoro e sonoro.
Accanto ai tradizionali “sipari” in uso nel cinema muto, i quali narrano buona parte di quanto accade nella storia, sono presenti alcuni dialoghi ridotti all'osso, ridoppiati nel corso della post produzione in Tedesco, Francese ed Inglese.


Posso affermare che questa soluzione dona al film un ulteriore tocco di mistero, che unito alla tecnica usata per girarlo e alla storia, creano un insieme particolarmente sospeso, onirico, e disturbante.
Sono proprio questi i termini che con maggiore naturalezza associo a Vampyr, e che rendono la visione della pellicola un'esperienza da provare, nonostante il ritmo narrativo spesso eccessivamente lento, e la trama poco chiara.
Quasi l'intero cast impiegato nella realizzazione, era non professionista.
In particolare Allan Gray, il protagonista, era nulla più del mecenate di Dryer, che dopo aver fornito i soldi per la produzione del film, richiese di comparirvi nel ruolo principale.
Julian West, nome d'arte sotto al quale si celava il Conte Nicolas De Gunzburg, non possedeva alcuna esperienza attoriale, ed a parte la sua elegantissima presenza, appare evidente come la mancanza quasi completa di espressività e abilità nel muoversi all'interno dello spazio scenico, abbiano costretto Dryer a dirigere il giovane atteggiandosi come fosse prigioniero di un sogno, cosa che, paradossalmente,  rese la sua inespressività interessante.
Visionario, astratto, immerso in una luce polverosa e malata, Vampyr non si può certamente definire un film horror così come lo si intende adesso, ma regala allo spettatore momenti di altissima emozione e tensione, che, credetemi, faticherete a dimenticare.
Tornando all'aspetto “luce”, l'effetto offuscato e per così dire “slavato” della pellicola, è da attribuirsi ad un piccolo incidente occorso a Rudolph Maté, il direttore della fotografia. Avendo accidentalmente aperto una latta contenente un rullo di pellicola, creò una sovraesposizione del materiale in grado di affascinare Dryer a tal punto, da desiderare ricreare l'effetto nel suo film, tramite l'uso di una garza posta ad una distanza di circa 9 metri dall'obiettivo.
La storia: Allan Gray giunge nel villaggio Francese di Courtempierre, trovandosi coinvolto in una storia oscura le cui protagoniste, due sorelle di nome Léone e Gisèle, sono insidiate dalla presenza di un misterioso vampiro.
Léone in particolare, giace a letto malata, e le sue condizioni appaiono particolarmente gravi.
In un susseguirsi di scene allucinate fitte di ombre, fantasmi, porte che si aprono e chiudono da sole e molto altro,  Allan cercherà di fare luce sull'enigma della malattia di Léone, l'assassinio di suo padre, e il ruolo che il medico del villaggio sembra avere in tutta la faccenda.
Come scritto in precedenza, alcune scene vi resteranno impresse nel cervello, anche se, come me, possedete una memoria scarsissima.
Quando Léone viene riportata in casa, dopo essere stata sorpresa a vagare in preda ad uno stato di sonnambulismo e delirio, e piangendo invoca la morte al fine di liberarsi delle sue pene, assistiamo ad un cambio di espressione nella ragazza, la quale si muta per un attimo in una creatura come posseduta da qualcosa di esterno e malato.
Ecco, la tensione, le inquadrature, l'atmosfera che si respira in quei pochi minuti sono qualcosa di incredibile, da pelle d'oca.


Un'altra scena memorabile, che presenta inquadrature e movimenti di camera assolutamente efficaci, e credo alquanto complessi per l'epoca, è la lunga sequenza durante la quale, Allan sembra addormentarsi su di una panchina, e una parte di lui si stacca dal corpo, seguitando ad indagare su ciò che sta accadendo nei dintorni.
La figura di Allan, resa come fosse un fantasma semi-trasparente, si ritrova poi ad assistere al suo stesso funerale.
Lo spettatore viene trascinato in un delirio di immagini angoscianti, che mostrano il mondo visto da Allan sdraiato nella bara chiusa, munita di una finestrella in vetro che dà all'esterno.
Mentre l'uomo giace immobile con occhi sbarrati e spiritati, la camera da presa si muove alternando immagini così come Allan le vede, ed immagini di quanto succede all'esterno.


È tremendamente claustrofobica ed angosciante questa parte, la più “forte” dell'intero film.
Incapace di staccare gli occhi dallo schermo, ho seguito l'intera scena trattenendo il fiato per l'emozione.
Dryer regala nuove ansie allo spettatore, e con sottile sadismo mette in atto la morte del dottore, rinchiudendolo dentro la macina di un mulino, dove soffocherà miseramente sotto tonnellate di farina.
Ho provato ammirazione e pietà per l'attore costretto ad interpretare una simile scena, in un'epoca dove gli effetti speciali erano pochi, creativi e rudimentali, e non c'era la computer grafica a salvare gli attori da situazioni spiacevoli, come il venire seppellito da chili e chili di polvere.
Vampyr è un viaggio allucinato che a volte perde un po' la via, spesso sorprende o lascia senza fiato,  ma di sicuro affascina nel profondo, chi abbia l'animo e la sensibilità giuste per vederlo.
Personalmente mi ha lasciata con una sensazione di sottile delusione, come mi sentissi incompleta, come se non avessi visto abbastanza, e credo che questo sia l'unico vero problema della pellicola che ebbe scarso successo all'epoca, sprofondando Dryer in un esaurimento nervoso al seguito del quale, venne ricoverato in un ospedale psichiatrico Francese. 
Il flop del film inoltre, tenne lontano Dryer dalla macchina da presa per una decina d'anni.
Se amate il cinema muto, le suggestioni visive, il mistero, cercate Vampyr nel web (è liberamente reperibile) e guardatelo.
Credo si rivelerà un'esperienza affascinante per molti, e se lo visionerete al buio o meglio ancora di notte... emozioni assicurate.