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lunedì 11 dicembre 2017

L'Inferno - 1911

L’ Inferno è un film muto del 1911 di produzione Italiana.
Primo lungometraggio Italiano venne prodotto dalla Milano Films, una delle maggiori case cinematografiche del paese.
L’ Inferno è un adattamento del primo cantico della Divina Commedia, dal quel differisce in alcuni punti e dettagli.
Complessivamente l’opera viene tutt’ora considerata come una delle più fedeli rappresentazioni dantesche mai realizzate.
La pellicola prende spunto per le proprie scene, dalle incisioni di Gustave Doré.
Strutturata in 54 scene, presenta intermezzi con stralci tratti dall’immortale poema di Dante e frasi in prosa, coniate per l’occasione.
Il film, per la sua complessità, venne girato nel corso di tre anni, e presenta un quantitativo straordinario di effetti speciali di vario tipo, e comparse.
L’inquadratura è a camera fissa, con occasionali spostamenti laterali che aiutano a rendere meno monotona l’impostazione delle scene.
Assente la presenza di primi piani o carrellate, tecniche ancora non sviluppate all’epoca.
In compenso, come accennato in precedenza, gli effetti speciali sono incredibilmente ben fatti ed interessanti.



Il cinema all’epoca era più improntato sull’intrattenimento e sullo “stupire” lo spettatore, e dunque gli effetti speciali rivestivano un ruolo fondamentale.
Sovrimpressioni, fondali neri, uso di fumo, esplosioni, personaggi che appaiono e scompaiono o volano e molto altro, vengono esibiti all’interno della pellicola in compagnia di una scenografia affascinante, ed un uso massiccio delle comparse.
Queste, recitano prevalentemente nude, cosa che mi ha sinceramente stupita.
La realizzazione delle scene si rivela accurata, persino maniacale.
Ho notato come le inquadrature a campo lungo e medio, siano costruite seguendo le regole della fotografia.
Più volte mi sono ritrovata a sorridere notando diagonali, linee di forza, sulle quali la scena si regge, e che nella loro semplicità danno leggerezza ed eleganza.
La versione che ho visionato (di eccellente qualità) e che vi consiglio, è stata caricata nel canale YouTube di Mike Kiker.
Questi è l’autore della colonna sonora che accompagna l’intera pellicola.
La versione da lui curata è peculiare, poiché si tratta di una copia dell’Inferno proiettata al pubblico con la colonna sonora eseguita in diretta, e praticamente improvvisata a seconda di quanto ciò che accadeva sullo schermo ispirava allo stesso Kiker.
Interessante ciò che scrive nella descrizione del video.

I was asked by the organization Cinema Ray in early September 2016 to perform a live score with a silent horror film, as a part of their month-long "Silent Screams with Live Music" series. Of the choices I was given, "L'Inferno" was the first film that I watched and even before finishing it or watching any of the other films, I knew that this was the film meant for me. I was disturbed on a psychic level, yet intrigued by what amazing feats the filmmakers had accomplished in their day. With the exception of the Overture (recorded in September 2016) and a few recurring themes, this score was about 95% improvised. I worked up various sounds and progressions, but didn't decide on a set structure until within the performance itself. I just reacted naturally to the feel of the film as it progressed. This was an absolute labor of love to put together with Rich and Allison from Cinema Ray and to release. Enjoy with an open mind. - Mike Kiker, 4/27/2017

Il film venne restaurato nel 2006, e ripubblicato con una colonna sonora curata dai Tangerine Dream. (suppongo tenterò di cercarla, sebbene sappia poco e nulla del gruppo, ed in generale il prog-rock/psichedelia non siano generi che prediligo)
Ho trovato la visione di quest’opera davvero interessante.
Gli effetti speciali, la recitazione non troppo eccessiva, la ricostruzione delle scene mi hanno sinceramente affascinata e stupita.
Trovo che il regista abbia fatto un lavoro mirabile; non vi è nulla fuori posto.
Comparse, attori, effetti speciali, tutto gioca in perfetta armonia confezionando un prodotto che tutt’ora brilla per il suo altissimo livello.
Non a caso l’Inferno si rivelò un grande successo di pubblico e critica sia a livello nazionale, che internazionale.
Vi lascio il link, invitandovi caldamente a visionare questo piccolo capolavoro Italiano.


giovedì 7 dicembre 2017

HÄXAN - 1922

Amo i film muti perché sono crudeli.
Nella loro essenzialità e mancanza di suoni, lasciano alla potenza di espressioni ed immagini il compito di raccontare.
Durante le mie scorribande curiose tra video musicali e articoli scovati su social ed altro, spesso mi imbatto in piccole perle.
Questa volta la mia curiosità è stata portata lontano dal video che potete vedere aprendo il link.
Il brano è di Beta Evers, un’artista Tedesca, specializzata in elettronica minimale e non dalle sonorità alquanto dark, e una certa predilezione per temi come BDSM ed affini.
Il video è un fanmade, che l’artista ha molto apprezzato.
Presenta un suggestivo montaggio di immagini tratte da HÄXAN un docufilm svedese del 1922, il cui argomento è la storia della stregoneria, unite ad altre appartenenti ad una differente pellicola che spero di trovare e visionare.



Mescolando informazioni storiche e ricostruzione cinematografica, Häxan porta lo spettatore in un viaggio a tratti angosciante nelle credenze popolari su demoni e streghe, il ruolo dell’inquisizione, modalità di interrogatorio e torture.
Si analizza infine, usando il metro della scienza medica dell'epoca, il peso che il disagio mentale ha ed ha avuto nella psiche di quelle donne considerate come streghe.
Un film scarno e potente, che mette in luce in modo semplice ma incredibilmente efficace tutta una serie di orrori legati alla stregoneria.
Sul finale, ho pianto.
Ho pianto, perché pur con tutte le limitazioni dell’epoca, si mostra come nonostante i secoli siano trascorsi, qualunque donna od individuo dai comportamenti anomali venga bollato, discriminato e rinchiuso in cliniche, dove viene trattato con metodi forse più umani e non cruenti come quelli dell'inquisizione, ma che fanno ugualmente capire come per la stragrande maggioranza delle gente nulla sia realmente cambiato.
La diversità, fa paura.
Tutto ciò che non si può spiegare o dominare un tempo veniva attribuito al demonio, ora ad altre circostanze, ma l’atteggiamento tenuto da chi non sa e non soffre, è il medesimo.
Noi, donne che silenziosamente annaspiamo sotto il peso di una mente incapace di assolvere decentemente al proprio dovere, siamo le nuove streghe.
Facciamo spavento, esattamente come quelle donne che in tempi antichi solo per il fatto di essere in qualche modo “diverse”, venivano torturate e messe al rogo.
Consiglio vivamente la visione di questo film, specie se amate il cinema muto e temi legati a stregoneria, e condizione femminile nei secoli passati.
La copia che ho visionato ( e della quale metto il link a termine del post) è di qualità straordinaria, e merita di essere vista in tutta la propria feroce bellezza di immagini, temi e chiaroscuri.
La recitazione è molto bella.
Non vi sono eccessi di tipo espressionista, è tutto molto misurato e per certi versi “reale”.
Buona visione.

giovedì 13 ottobre 2016

Posle Smerti - After Death

Posle Smerti (After Death) è un film Russo del 1915, diretto da Yevgeni Bauer
Bauer era uno dei più importanti registi Russi di inizio secolo, ma purtroppo gran parte delle sue opere sono andate perdute.
Di una settantina, ne sopravvivono solo ventisei.
Una di queste è Posle Smerti – After Death.
Sono rimasta piacevolmente impressionata da questo film, non più lungo di 47 minuti.
Sono presenti interessanti inquadrature, e un uso della carrellata davvero notevole per l'epoca.
In una scena ho provato molta tenerezza nell'ammirare con quale difficoltà si allontanasse la camera, per passare da un' inquadratura stretta ad una ampia.
Abituati alle prodezze delle moderne tecnologie, la lentezza e le piccole incertezze di quella manovra, sono risultate persino commoventi.
In una delle scene di apertura, assistiamo ad una pregevolissima carrellata su di un lussuoso party.
La camera procede inquadrando la sala scorrendo in orizzontale dando allo spettatore una fugace visione dei partecipanti, tutti estremamente bravi e naturali nelle loro interpretazioni.
Di cosa parla la storia?
Il plot è assai semplice, ma di effetto. Un'unica pecca grossa come una casa rovina l'insieme del film, e ve ne parlerò al momento opportuno.
Andrei è uno studente universitario orfano di madre. Vive con la zia iperprotettiva, e passa le sue giornate in solitudine e reclusione a studiare.
Un suo amico, preoccupato che il ragazzo finisca col trascorrere tutta la vita in isolamento lo invita ad un party.
Andrei va seppur di malavoglia, e lì incontra una giovane attrice di nome Zoya.
Vi è un intenso scambio di sguardi tra i due, che rende evidente come i giovani siano rimasti affascinati l'uno dall'altro.
Andrei rivedrà Zoya in un'altra occasione, e sempre per “colpa” dell'amico.
Disorientato dai sentimenti che prova, e desideroso di non assecondarli per conservare la propria dedizione allo studio, rifiuta di stringere ulteriori rapporti con Zoya.
La ragazza tuttavia, invia ad Andrei una missiva: vuole incontrarlo.
I due si vedono in un parco, e Zoya si dichiara ad Andrei.
Lui, stupefatto e confuso reagisce in maniera piuttosto fredda suscitando la delusione di Zoya, che se ne va lasciandolo solo.
Tre mesi dopo l'uomo scoprirà che Zoya si è avvelenata, a causa di un amore non corrisposto.
Sconvolto, va dai parenti di lei. La sorella darà al giovane il diario personale di Zoya e la sua foto.
Da quel momento in avanti Andrei svilupperà un'ossessione per la donna, che lo porterà ad avere sogni inquietanti, visioni, malesseri.
Al termine del film, sopraffatto dagli eventi, morirà.
Le parti oniriche sono a mio parere splendide.
Zoya, interpretata dall'attrice-ballerina classica Vera karalli si presenta avvolta da un etereo abito bianco. I lunghi capelli sciolti e fiori sul capo, la rendono una visione magica, piena di fascino.


Lo scenario è scarno, suggestivo.
Solo un campo di grano, mosso dal vento.
La scena in cui Zoya dopo aver assunto il veleno inizia a stare male e poi muore, è recitata in maniera mirabile per l'epoca.
Non presenta esagerazioni, è davvero molto realistica e al contempo elegante.
Le parti dove Andrei incontra il fantasma di Zoya nella realtà, ovvero all'interno di casa sua, trasmettono uguale fascino.
Tutto appare molto onirico, sospeso, estremamente ben confezionato.
L'unica pecca, ed è una pecca davvero grossa, sta nella scena che in teoria dovrebbe essere quella chiave in tutto il film.
Quando Zoya ed Andrei si incontrano la narrazione perde colpi, e sembra mancare di elementi essenziali per far comprendere allo spettatore l'importanza e la gravità di quanto sta accadendo.
Ho dovuto rivedere la scena, perché non riuscivo a cogliere il motivo preciso per il quale Zoya avesse deciso di uccidersi.
Anche dopo una seconda visione, sono rimasta perplessa.
In ogni caso questo film costituisce una piccola perla, e credo vada visto in virtù delle sue qualità tecniche, per l'atmosfera suggestiva, e la bellezza di alcune scene.
Una curiosità, Vera Karalli sembra sia stata un elemento chiave nell'assassinio di Rasputin.
La sua presenza nel Palazzo Reale il giorno dell'omicidio, e la sua condizione di amante del Granduca Dmitri Pavlovich, ovvero uno dei mandanti di quell'esecuzione, fanno supporre che anch'essa facesse parte del complotto.
Il film lo trovate per intero su youtube, sottotitolato in Inglese.
Buona visione.

venerdì 15 luglio 2016

The Cameraman's Revenge

Quest'oggi, dopo aver sperimentato l'ebrezza di fare l'imbecille in giro andando a caccia di Pokemon (sì, pure io ho installato Pokemon GO, e per una alla quale è mai fregato nulla di questi animaletti, direi che è notevole) ho dato un'occhiata alla lista dei film muti salvati su YouTube, decidendo di visionarne uno a caso.
La scelta, è caduta su di una pellicola alquanto bizzarra.
The Cameraman's Revenge è un film del 1912 realizzato da Ladislas Starevich, regista del quale ho già parlato in passato.
Ladislas Starevich deve la sua fama al fatto di essere stato l'autore del primo film  nella storia del cinema, con protagonisti dei pupazzi animati.


Tutta la sua carriera come regista, è stata dedicata alla realizzazione di film animati, utilizzando la tecnica denominata “stop motion”
Come si può intuire, anche The Cameraman's Revenge è stato “costruito” con questa tecnica.
In un epoca come quella dei primi anni del '900, l'abilita' di  Starevich, la sua indiscutibile passione e costanza, risplendono in maniera speciale.
Nei tredici minuti e rotti, assistiamo ad una storia di infedeltà e vendetta tra... insetti.
Avete capito bene, gli attori in scena sono scarabei, libellule, cavallette e via discorrendo.
Starevich avrebbe voluto impiegare insetti vivi per il suo progetto, ma sciaguratamente per lui (e per le povere creature) il calore dei fari di scena era a loro insostenibile.
Fu così obbligato ad utilizzare esemplari morti (e menomale direi), elaborati in maniera tale da renderli adatti ai suoi scopi.
Devo dire che assistere ad una sordida storia di tradimenti messa in scena da insetti, si è rivelata un'esperienza davvero unica.
Quello che lascia sorpresi, non è tanto il tema “adulto” e trito del corto, ma il modo di muoversi degli "attori" protagonisti.
Pur presentando un fluidità non ottimale (stiamo parlando del 1912, ricordiamolo) gli insetti agiscono davanti alla macchina da presa, sfoggiando movimenti tutt'altro che semplici.
E qua, inevitabilmente, ho provato un'ammirazione potente per questo regista, dalla pazienza certosina.
La trama è semplice, e spiega il perché di un titolo come  “The Cameraman's Revenge”.
Mister Grasshopper (cioè cavalletta, nel caso qualcuno non lo sapesse) è un cameraman. Decide di vendicarsi di Mister Beetle (scarabeo) filmandolo di nascosto, mentre si intrattiene con un'avvenente Dragonfly (libellula)
La sua vendetta, scaturita da una banale lite al nightclub dove la libellula si esibisce come soubrette giungerà al suo culmine, quando Mister Beetle andrà al cinema in compagnia della moglie, vedendo proiettato sullo schermo un film molto particolare: il suo incontro proibito con la soubrettina.
L'addetto alle proiezioni difatti, è nientemeno che Mister Grasshopper.
Al di là della trama, che come potete vedere è nulla più di un drammone popolare da giornaletto scandalistico, il corto ha un fascino che oscilla tra macabro e stupefatto, nell'ammirare questi insetti (morti) compiere azioni comuni agli esseri umani come guidare un auto, baciarsi, dipingere o altro.
È davvero stranissimo, ed a tratti disturbante.
Ammiro inoltre il coraggio del regista, per aver scelto di utilizzare queste creature come protagoniste; non si tratta certamente di soggetti graditi a tutti, specie se parliamo di scarabei o cavallette.
Una visione interessante, strana, un po' creepy forse, ma degna di attenzione.
Potete trovare  The Cameraman's Revenge per intero su YouTube.

lunedì 27 giugno 2016

Theda Bara

Theda Bara, viene considerata una delle più grandi attrici del cinema muto, nonché la prima, originale ed inimitabile “vamp”
I suoi personaggi femminili seduttori, pericolosi, moralmente discutibili, sono entrati di diritto nella storia.
Agli occhi dei contemporanei, un'attrice come Theda Bara potrebbe essere facilmente e superficialmente catalogata come “poco attraente”, o addirittura “brutta”.


Nelle foto che la ritraggono possiamo notare come l'idea di bellezza nel passato, fosse molto più legata al fascino, piuttosto che alla perfezione estetica.
Theda Bara aveva un naso poco grazioso, era piccoletta, vagamente strabica e non particolarmente slanciata.
Un fisico come il suo al giorno d'oggi, verrebbe bollato come non armonioso e tonico.
Ho sempre trovato quest'attrice leggendaria, i cui film sono andati quasi totalmente perduti a causa di un incendio avvenuto nel 1937 all'interno di un magazzino di proprietà della Fox Film corporation, che mandò in fumo piu di 40000 rulli di pellicola, un soggetto interessante, curioso, in grado di catalizzare l' attenzione.
Solo quattro film e pochi spezzoni sono sopravvissuti, regalandoci la possibilità di capire come mai, venisse idolatrata dal pubblico.
Incuriosita ed affascinata dalle foto che ritraggono questa leggendaria attrice, foto ricche di suggestioni dark, dominate dallo sguardo serio, bistrato di nero della diva, e dalla sua piccola bocca stretta in un bocciolo scuro ed imbronciato, ho deciso di guardare uno dei film superstiti che la vedono protagonista.
Quando “A fool there was” film del 1915 è terminato, ho finalmente capito l'essenza di Theda Bara, del suo essere una figura tanto amata e mitica.



A fool there was è un film dalla trama semplicissima, che racconta di un ricco uomo d'affari felicemente sposato e padre di una deliziosa bimba dai boccoli biondi, che viene sedotto e portato alla rovina dalla “vamp”, impersonata per l'appunto da Theda Bara.


(Mi sono innamorata di questo vestito...)

La donna, usando le proprie grazie, e lasciando sottintendere di essere molto abile nell' arte di stregare un uomo dentro e fuori dalle lenzuola passa di maschio in maschio corrompendoli tutti, sino a renderli schiavi, ed incapaci di staccarsi o avere una volontà propria.
Assistiamo dunque alla lenta ed inesorabile discesa agli inferi della vittima, che nel corso del film sprofonda sempre di più nell'abisso della degradazione e del peccato consumandosi letteralmente, sino a mutarsi in un vecchio canuto privo di forze, determinazione e denaro.
All'interno di questa trama alquanto piatta, Theda Bara risplende grazie ad un'interpretazione magica.
La sua presenza scenica è monumentale, impossibile non restare colpiti.
Ogni gesto, sguardo, espressione, sprigiona puro fascino.
Dopo un secolo ancora risplende, catturando l'immaginario dello spettatore in un vortice dark, ammaliante, incredibilmente attraente.


(Una delle più celebri immagini dell'attrice)

Una figura senza tempo insomma, sopravvissuta alla distruzione e all'oblio grazie ad un carisma speciale, assai più forte di incendi, decenni, modelli estetici.









giovedì 5 novembre 2015

Vampyr - 1932

Vampyr è un film horror del 1932 di produzione Tedesco – Francese, diretto da Carl Theodor Dryer.
Primo film sonoro realizzato da Dryer, venne girato in tre lingue differenti, rendendo la lavorazione della pellicola particolarmente impegnativa.
Per ovviare al problema, il regista decise di optare per un formato ibrido tra non sonoro e sonoro.
Accanto ai tradizionali “sipari” in uso nel cinema muto, i quali narrano buona parte di quanto accade nella storia, sono presenti alcuni dialoghi ridotti all'osso, ridoppiati nel corso della post produzione in Tedesco, Francese ed Inglese.


Posso affermare che questa soluzione dona al film un ulteriore tocco di mistero, che unito alla tecnica usata per girarlo e alla storia, creano un insieme particolarmente sospeso, onirico, e disturbante.
Sono proprio questi i termini che con maggiore naturalezza associo a Vampyr, e che rendono la visione della pellicola un'esperienza da provare, nonostante il ritmo narrativo spesso eccessivamente lento, e la trama poco chiara.
Quasi l'intero cast impiegato nella realizzazione, era non professionista.
In particolare Allan Gray, il protagonista, era nulla più del mecenate di Dryer, che dopo aver fornito i soldi per la produzione del film, richiese di comparirvi nel ruolo principale.
Julian West, nome d'arte sotto al quale si celava il Conte Nicolas De Gunzburg, non possedeva alcuna esperienza attoriale, ed a parte la sua elegantissima presenza, appare evidente come la mancanza quasi completa di espressività e abilità nel muoversi all'interno dello spazio scenico, abbiano costretto Dryer a dirigere il giovane atteggiandosi come fosse prigioniero di un sogno, cosa che, paradossalmente,  rese la sua inespressività interessante.
Visionario, astratto, immerso in una luce polverosa e malata, Vampyr non si può certamente definire un film horror così come lo si intende adesso, ma regala allo spettatore momenti di altissima emozione e tensione, che, credetemi, faticherete a dimenticare.
Tornando all'aspetto “luce”, l'effetto offuscato e per così dire “slavato” della pellicola, è da attribuirsi ad un piccolo incidente occorso a Rudolph Maté, il direttore della fotografia. Avendo accidentalmente aperto una latta contenente un rullo di pellicola, creò una sovraesposizione del materiale in grado di affascinare Dryer a tal punto, da desiderare ricreare l'effetto nel suo film, tramite l'uso di una garza posta ad una distanza di circa 9 metri dall'obiettivo.
La storia: Allan Gray giunge nel villaggio Francese di Courtempierre, trovandosi coinvolto in una storia oscura le cui protagoniste, due sorelle di nome Léone e Gisèle, sono insidiate dalla presenza di un misterioso vampiro.
Léone in particolare, giace a letto malata, e le sue condizioni appaiono particolarmente gravi.
In un susseguirsi di scene allucinate fitte di ombre, fantasmi, porte che si aprono e chiudono da sole e molto altro,  Allan cercherà di fare luce sull'enigma della malattia di Léone, l'assassinio di suo padre, e il ruolo che il medico del villaggio sembra avere in tutta la faccenda.
Come scritto in precedenza, alcune scene vi resteranno impresse nel cervello, anche se, come me, possedete una memoria scarsissima.
Quando Léone viene riportata in casa, dopo essere stata sorpresa a vagare in preda ad uno stato di sonnambulismo e delirio, e piangendo invoca la morte al fine di liberarsi delle sue pene, assistiamo ad un cambio di espressione nella ragazza, la quale si muta per un attimo in una creatura come posseduta da qualcosa di esterno e malato.
Ecco, la tensione, le inquadrature, l'atmosfera che si respira in quei pochi minuti sono qualcosa di incredibile, da pelle d'oca.


Un'altra scena memorabile, che presenta inquadrature e movimenti di camera assolutamente efficaci, e credo alquanto complessi per l'epoca, è la lunga sequenza durante la quale, Allan sembra addormentarsi su di una panchina, e una parte di lui si stacca dal corpo, seguitando ad indagare su ciò che sta accadendo nei dintorni.
La figura di Allan, resa come fosse un fantasma semi-trasparente, si ritrova poi ad assistere al suo stesso funerale.
Lo spettatore viene trascinato in un delirio di immagini angoscianti, che mostrano il mondo visto da Allan sdraiato nella bara chiusa, munita di una finestrella in vetro che dà all'esterno.
Mentre l'uomo giace immobile con occhi sbarrati e spiritati, la camera da presa si muove alternando immagini così come Allan le vede, ed immagini di quanto succede all'esterno.


È tremendamente claustrofobica ed angosciante questa parte, la più “forte” dell'intero film.
Incapace di staccare gli occhi dallo schermo, ho seguito l'intera scena trattenendo il fiato per l'emozione.
Dryer regala nuove ansie allo spettatore, e con sottile sadismo mette in atto la morte del dottore, rinchiudendolo dentro la macina di un mulino, dove soffocherà miseramente sotto tonnellate di farina.
Ho provato ammirazione e pietà per l'attore costretto ad interpretare una simile scena, in un'epoca dove gli effetti speciali erano pochi, creativi e rudimentali, e non c'era la computer grafica a salvare gli attori da situazioni spiacevoli, come il venire seppellito da chili e chili di polvere.
Vampyr è un viaggio allucinato che a volte perde un po' la via, spesso sorprende o lascia senza fiato,  ma di sicuro affascina nel profondo, chi abbia l'animo e la sensibilità giuste per vederlo.
Personalmente mi ha lasciata con una sensazione di sottile delusione, come mi sentissi incompleta, come se non avessi visto abbastanza, e credo che questo sia l'unico vero problema della pellicola che ebbe scarso successo all'epoca, sprofondando Dryer in un esaurimento nervoso al seguito del quale, venne ricoverato in un ospedale psichiatrico Francese. 
Il flop del film inoltre, tenne lontano Dryer dalla macchina da presa per una decina d'anni.
Se amate il cinema muto, le suggestioni visive, il mistero, cercate Vampyr nel web (è liberamente reperibile) e guardatelo.
Credo si rivelerà un'esperienza affascinante per molti, e se lo visionerete al buio o meglio ancora di notte... emozioni assicurate.


mercoledì 23 settembre 2015

Rapsodia Satanica

Un notte, vagando per le le lande di Facebook, sono incappata in un post fornito dall'ottima pagina Kasbah Salomè, dove l'admin presentava Rapsodia Satanica, film muto Italiano del 1917, con protagonista Lyda Borelli.
Quando ho visto Italia+film muto+Lyda Borelli mi son detta che DOVEVO VEDERLO.
YouTube, da sempre mio amico in questi viaggi a seguito della curiosità ha esaudito ancora una volta i miei desideri, dandomi la possibilità di visionarlo.
Ero curiosa in quanto non mi era mai capitato prima d'ora di guardare un film muto Italiano, e perché la figura di Lyda Borelli stuzzicava la mia fantasia.
Chissà come recitava e come si presentava al pubblico questa diva del cinema nostrano, della quale in passato avevo sentito parlare.
Il suo nome era rimasto impigliato in un angolino di memoria, facendomi venire voglia di indagare.
Rapsodia Satanica è, come già detto, un film muto Italiano del 1917 (anche se da alcune parti ho visto indicato il 1915) diretto da Nino Oxilia.


Si tratta di una delle ultime opere realizzate da questo regista, morto durante la prima guerra mondiale. Oxilia venne falciato da una granata, mentre si trovava sul fronte del Monte Grappa.
Oxilia era anche poeta, ed alcune sue composizioni trovate dopo la morte (vennero rinvenute nel suo zaino militare) furono raccolte in un'opera postuma.
Ma torniamo a Rapsodia Satanica.
Il film da me visionato dura circa 44 minuti, e presenta brevi parti contrassegnate da pellicola nera ad indicare i tagli voluti dalla censura, che ridussero la lunghezza dell'opera dagli iniziali 905 metri, a 850 metri.
La pellicola inoltre, è colorata a mano.
Rapsodia Satanica è una variazione sul racconto popolare del Faust, (Dottor Faustus) ispirata ad un poema di Fausto Maria Martini del 1915.
Alba d'Oltrevita, un'anziana nobildonna, stipula un patto con il diavolo (Mefistofele), e in cambio della giovinezza rinuncia all'amore.
Mefistofele, impersonato da Ugo Bazzini, viene ritratto in maniera assai caricaturale. Esce da un quadro tramite un interessante effetto scenico, presentandosi con il classico mantello/palandrana rossa, naso adunco, pizzetto e immense sopracciglia.
Promette ad Alba la giovinezza, e chiederà alla donna di dimostrare la propria serietà nei riguardi del patto, infrangendo una statuetta di Cupido.
Alba accetta il contratto, e ritornata giovane si da alla bella vita in un tripudio di feste e scenari bucolici, pieni di allegria e lusso.
La svolta avviene quando due fratelli, Tristano e Sergio, si innamorano di lei.
Quest'ultimo, esasperato dalla rivalità col fratello e desideroso di capire sino in fondo i sentimenti di Alba minaccia quest'ultima di uccidersi, se non andrà da lui allo scoccare della mezzanotte.
Durante una lunga scena Alba e Tristano (l'altro fratello) discutono animatamente per tentare di salvare la vita a Sergio, ma Alba decide di non curarsi dell'uomo, che si uccide.
La parte finale del film racconta della solitudine e presa di coscienza di Alba scopertasi innamorata di Tristano, interrotta dal ritorno di Mefistofele.
Il demonio catturata la donna nel suo mantello compie la metamorfosi che riporterà Alba allo stato originario, obbligandola poi a verificare di persona lo svanire della giovinezza.
La storia come avete visto è assai semplice; il film si divide in lunghe parti puramente estetiche e coreografiche, alternate a scene durante le quali avvengono fatti rilevanti.
Personalmente l'ho trovato piuttosto noioso oltre che pomposo, nonché sforzato nel suo voler apparire raffinato.
Lyda Borelli è irritante. Se c'è qualche suo fan che mi legge (ne dubito ma non si sa mai) non se la prenda, si tratta di un parere personale.
Credo di voler vedere quest'attrice (alla quale è stata intitolata una celebre casa di riposo per artisti situata a Bologna) in altre interpretazioni, per capire se era solita recitare sempre in quel modo eccessivamente lezioso ed oserei dire “vanitoso”, o è un caso a parte.
Ci sono stati momenti nei quali le avrei voluto tagliare le braccia, datosi che non perdeva occasione per far volare caoticamente lo scialle o le maniche di leggero tulle dell'abito, in cerca di effetti leggiadri che tuttavia a me, personalmente, sono risultati indigesti.
Capisco che devi esprimere la gioia e la vanità della giovinezza ritrovata, ma non credo occorra muoversi di continuo, mimando spontanei passi di danza.
Le ambientazioni sono molte, variate, e un po' commoventi.
Suppongo che il regista, seguendo il gusto liberty incentrato su bellezza ed estetica volesse catturare l'opulenza della nobiltà Italiana dell'epoca, ma ho trovato tutto eccessivamente costruito e sforzato.
I pannelli con la descrizione di scene e dialoghi sono scritti in forma poetica, probabilmente seguendo la composizione originale di Fausto Maria Martini.
Chi apprezza il tipo di poesia in voga in quegli anni li troverà interessanti, io ho provato invece un misto di ilarità ed imbarazzo.
Naturalmente per una come me, un'ignorante, è difficile cogliere determinate cose, quindi ribadisco che si tratta di gusto personale influenzato dalla mia inesistente cultura.
Le scene finali, dove Alba come dice il testo “Si velò sacerdotessa dell'amore e della morte” hanno un certo fascino languido, a partire dal gioco di specchi davanti ai quali essa indossa un grande velo bianco, sino alla sua uscita all'aperto completamente velata, dove appare come una sorta di fantasma misterioso.


Vi sono spunti insomma decisamente stuzzicanti, purtroppo affogati in un gran mare di pura estetica fine a se stessa.
Riflettendo sulla cosa mi sono immaginata nei panni degli spettatori di inizio secolo, con una guerra alle porte, ed ho pensato che per un pubblico del genere ammirare Rapsodia Satanica e Lyda Borelli debba essere stato uno spettacolo bellissimo ed irreale.
Rapsodia Satanica si è rivelato comunque un film illuminante dal punto di vista storico, di costumi, e del gusto corrente all'epoca.
Le musiche tra l'altro sono state composte niente meno che da Pietro Mascagni, il quale elaboro' una partitura appositamente per questo film, definendo il lavoro di sincronizzazione scene/musica "Lungo, improbo e difficilissimo".
Se amate il cinema, la poesia di inizio novecento, l'estetica di quel periodo, cercate Rapsodia Satanica nel web e troverete pane per i vostri denti.

venerdì 11 settembre 2015

Die puppe - The doll

Buongiorno, rieccomi dopo un bel po' di tempo, con una nuova “recensione”.
Vi giuro che la mia idea di partenza era quella di parlare di un libro a fumetti, ma ieri notte mi sono decisa a guardare l'ennesimo film muto e allora... 
Die puppe (The doll) è un film fantasy/romantico Tedesco del 1919, diretto da Ernst Lubitsch.
Il film è vagamente ispirato al balletto “Coppelia”.


Tutto inizia con il regista stesso, che costruisce sotto gli occhi dello spettatore un piccolo set o scenario di casa per bambole, dove inserisce due pupazzetti.
La finzione si muta in realtà ed i due pupazzi in persone vive, dando il via alla storia vera e propria.
Lancelot è il giovane nipote del Barone di Chanterelle, sin da subito presentato come un soggetto piuttosto maldestro, piagnucoloso e debole caratterialmente.
Lo zio, impaziente di mantenere viva la linea di famiglia, preme affinché il ragazzo decida di sposarsi.
Lancelot tuttavia non ne vuole sapere, e quando si trova di fronte al fatto che il Barone ha già distribuito in città un annuncio, col quale si invitano tutte le fanciulle in età da marito ad andare al suo palazzo per scegliere la futura moglie del nipote, fugge terrorizzato da quelle 40 femmine bramose di conoscerlo e conquistarlo.
La sequenza della fuga è molto carina e presenta il classico va e vieni già visto mille volte in altri film, dove il protagonista scappa correndo qua e la, attraverso varie ambientazioni.
Al termine della scena (a mio parere forse un po' troppo lunga) Lancelot cerca rifugio in un convento abitato da monaci tutt'altro che santi, il cui unico interesse è avere abbastanza denaro per mangiare in abbondanza, ed abbuffarsi di stinco di maiale e birra.
Il tempo passa ed i monaci si trovano a corto di risorse economiche, riunendosi tutti assieme per trovare una soluzione.
La scena durante la quale i confratelli cercano di prendersi carico delle preoccupazioni espresse dal reverendo padre è adorabile; ciascun monaco mette le proprie mani sulla testa del Reverendo, grattandogli gentilmente la cute.
Non so se abbia un significato preciso oltre a quello di essere buffa, ma a me ha fatto ridere!
La soluzione ai guai dei monaci, arriva sotto forma di annuncio sul giornale che uno dei fratelli sta leggendo: il barone promette 300,000 franchi al nipote, se deciderà di tornare da lui e prendere moglie.
Al grido di “300,000 franchi! Quanti stinchi di maiale si possono mangiare con questa cifra?” i monaci convocano Lancelot convincendolo a cercarsi una moglie, ed a cedere poi a loro il premio offerto dal Barone.
Per ovviare al fatto che il ragazzo NON vuole sposarsi esclamando “I will not marry a woman!” cosa che mi ha fatto pensare “E allora sposati un uomo” ma sorvoliamo, gli allegri fratacchioni che già pregustano le gioie di una bella mangiata, propongono a Lancelot di sposare una bambola.
In quei luoghi difatti abita Hilarius, un famoso artigiano di bambole, al quale il ragazzo potrà rivolgersi.
L'annuncio pubblicitario di Hilarius è esilarante, e ve lo riporto qua sotto.


Lancelot va dunque al laboratorio del costruttore di bambole, dove Hilarius aiutato dal suo apprendista, un ragazzino meravigliosamente maniaco e scaltro, sta terminando la sua ultima creazione: una bambola con le sembianze della sua adorata figlia Ossi.
Mentre Hilarius mostra a Lancelot la sua produzione, in una scena durante la quale tutte le bambole danzano per il ragazzo e gli si accalcano addosso facendolo morire di terrore, il piccolo apprendista mette in funzione la bambola con l'aspetto di Ossi, e balla con lei.
Sciaguratamente a causa di un incidente l'automa si rompe, e il ragazzino sprofonda nella disperazione.
Avviene così che Ossi decida di fingersi bambola, sino a quando la sua copia meccanica verrà riparata.
Quando Lancelot, spaventato dalla mancanza di moralità delle bambole ne chiede una di solidi principi, Hilarius propone al ragazzo Ossi, ignorando che si tratta di sua figlia e non della copia.
Da questo momento in avanti iniziano le divertenti scenette nelle quali Ossi cerca come può di continuare la sua farsa, in un susseguirsi di situazioni grottesche e comiche davvero deliziose.
Si tratta di meccanismi visti e stra-visti ma sempre efficaci, meccanismi sui quali la comicità si basa da sempre, e che non stancano praticamente mai.
Naturalmente assistiamo ad un lieto fine quando Ossi si rivela per quello che è cioè umana e non bambola, e Lancelot nel frattempo innamoratosi di lei la bacia.
Ho trovato il film delizioso e spassoso nella sua leggerezza, ben recitato e ricco di dettagli squisiti e un po' folli, che compaiono qua e la lungo la storia, facendoti sorridere e trasportandoti in un'atmosfera fiabesca, irreale.
Animali impersonati da sagome, la luna disegnata nel cielo, cavalli che non sono tali bensì persone in costume.
Le scenografie sono bellissime! La casa/laboratorio di Hilarius l'ho amata sin da subito, ed anche l'abbigliamento del giovane apprendista (credo lo ruberò per qualche mia storia).
Ossi Oswalda (sì, la protagonista porta lo stesso nome dell'attrice che la impersona) nel ruolo della finta bambola dona all'intera pellicola luce e fascino, grazie alla sua impeccabile interpretazione ricca di espressioni grottesche e buffe, e la capacità di vestire i panni della bambola con grande maestria e naturalezza.
La scena dove balla di fronte ai monaci è splendida, non si può fare a meno di amarla.
In definitiva consiglio davvero la visione di questo grazioso film muto, liberamente disponibile nel web.
Ho passato un'ora e rotti in allegria sorprendendomi a ridere e sorridere come una bimba, godendo dell'atmosfera spensierata e fiabesca che questa pellicola regala.
Date una chance a “Die Puppe”, e come sempre se vi va, scrivetemi le vostre impressioni.

lunedì 10 agosto 2015

The hands of Orlac

Quando ho deciso di affrontare questo film, nella mia mente si è materializzata l' ormai celeberrima scena del dialogo tra il Ragionier Fantozzi e Guidobaldo Maria Riccardelli.
“Le piace il cinema espressionista tedesco???”.
Ammetto di essermi sentita molto solidale col povero Fantozzi durante la visione della pellicola di cui sto per parlarvi, visione piuttosto faticosa, superata solo grazie ad ostinazione e al mio imbarazzante amore per Conrad Veidt, l'attore protagonista.
Ma partiamo con la “recensione” vera e propria.
The hands of Orlac è un film horror Austriaco del 1924 diretto da Robert Wiene, già famoso per il suo The cabinet of Dr Caligari da me visionato diverso tempo fa, e il cui protagonista era sempre Veidt.
The hands of Orlac narra la storia di Paul Orlac, un famoso pianista (Veidt), che durante il viaggio di ritorno verso casa dopo una serie di fortunati concerti resta coinvolto in uno spaventoso incidente ferroviario, nel corso del quale perderà l'uso delle preziosissime mani.
Yvonne, la moglie del pianista, scongiura un chirurgo di provata bravura affinché salvi le mani del marito.
Il luminare giura che farà il possibile, e trapianta ad Orlac le mani di Vasseur, un criminale appena giustiziato sulla ghigliottina.
Per la quasi totalità del film assistiamo al delirio di Orlac, che venuto a sapere dell'operazione è persuaso che le mani a lui trapiantate siano malvagie e in grado di condizionare la sua mente, spingendola a compiere atti criminosi.
Questo gli rende impossibile suonare il piano o toccare la moglie, portando lo sventurato in un gorgo di disperazione e pensieri ossessivi.

(Orlac non riesce a toccare la moglie)

La famiglia dunque cade in miseria, e Yvonne si reca dal suocero per implorare aiuto, venendo respinta.
A questo punto è lo stesso Orlac ad andare dal padre, ma quando giunge da lui scopre che è stato assassinato. Sul cadavere dell'uomo sta infisso il pugnale che Vasseur usava durante i suoi crimini, insinuando in Orlac il dubbio di aver commesso il delitto.
Uscito dalla casa paterna entra in un caffè dove incontra uno strano individuo, che afferma di essere Vasseur.
Egli rivela ad Orlac, di come il medico che gli ha trapiantato le mani abbia eseguito la medesima operazione anche su di lui.
La testa  dell'assassino è stata rimessa sul suo corpo, consentendo all'uomo di vivere ancora.
Inoltre Vasseur mostra al pianista le proprie mani le quali appaiono artificiali e rigide come fossero di metallo, e ricatta il musicista chiedendo un'ingente somma di denaro, che dovrà essere portata in un luogo preciso.
Se Orlac non consegnerà il denaro pattuito, Vasseur farà la spia circa l'omicidio appena avvenuto.
Nel frattempo sulla scena del delitto interviene la polizia, verificando che le impronte di Vasseur si trovano ovunque.
Il fenomeno manda tutti in confusione, datosi che in teoria dovrebbe essere morto.
Paul e sua moglie decidono dunque di andare alla polizia per raccontare la loro verità, ma le impronte presenti sulla scena del delitto incastrano il pianista che viene salvato dall'arresto in extremis, quando racconta dell'uomo che dice di essere Vasseur e del ricatto.
Si scopre dunque che quest'ultimo è un truffatore chiamato Nera, ben noto alle forze di polizia.
Nera, un vecchio amico del defunto Vasseur ha inscenato ogni cosa grazie alla complicità della cameriera di casa Orlac, nel tentativo di spillare ingenti somme di denaro al pianista.
Tutta la storia della testa trapiantata è un falso, ed anche le mani del criminale non sono artificiali.
La domestica rivela inoltre che l'omicidio del padre di Orlac è stato portato a termine da Nera, mentre indossava dei guanti in gomma ricavati da un calco in cera, che riproduce le impronte digitali di Vasseur.
Nera è anche l'effettivo esecutore degli omicidi dei quali era stato incolpato Vasseur, il quale era dunque innocente.
Questo solleva l'animo di Orlac riportandolo alla vita, facendo intendere che da quel momento in avanti egli sarà nuovamente in grado di suonare il piano.
Il film ha una storia tutto sommato interessante, e presenta un plot twist finale che lo avvicina all'altra opera di Weine ovvero  The cabinet of Dr Caligari, ma al contrario di quest'ultimo fallisce il bersaglio, perdendosi in lungaggini esasperanti ed eccessive.
Lo stile di recitazione esagerato, i movimenti lentissimi, e la tensione nei corpi degli attori che spesso si spostano sulla scena camminando come zombie sofferenti, inseriti in un contesto grottesco, distorto e malato come quello presentato in Caligari avrebbero avuto la loro funzione, mentre in the hands of Orlac il tentativo di Weine di inserire elementi espressionisti in un' ambientazione per così dire normale, ha dato vita ad un miscuglio poco azzeccato, e assai difficile da digerire.
Il film si trascina per più di un'ora e mezza nel nulla quasi totale, per poi rianimarsi sul finale, quando ogni cosa si sviluppa e viene svelata.
Conrad Veidt appare sempre eccellente nonché (coff) bellissimo, anche se l'ho trovato meno incisivo in questa pellicola, dove il ruolo a lui assegnato l'ha costretto a spingere troppo su di una mimica esageratamente drammatica, a discapito della sua capacità di rendere le emozioni impiegando solamente gli occhi, o infinitesimali cambiamenti di espressione.
Ho trovato Alexandra Sorina l'attrice che impersona Yvonne piuttosto fastidiosa ed eccessivamente drammatica nella sua interpretazione, ed alcune scene si sono rivelate talmente lente, da farmi venire una gran voglia di abbandonare la visione del film.
In una in particolare, quella del tentativo della cameriera di “sedurre” la mani di Orlac, passano circa 6 minuti di azioni lentissime, che metterebbero alla prova la pazienza di chiunque.
Di questo film ho apprezzato l'atmosfera oscura, la resa del bianco e nero, e il rigore teutonico e geometrico sul quale le scene sono state costruite, rendendole del tutto simili a dipinti, o dando allo spettatore la sensazione di essere a teatro, e non davanti ad uno schermo.
Questa inquadratura ad esempio, mi è piaciuta moltissimo.


Osservate le linee sulle quali è sviluppata, e come l'occhio vaghi in modo preciso giocando tra  gli elementi presenti, ovvero il tizio con il grembiule bianco sul fondo, il lume in alto, e Orlac sulla sinistra.
Non la trovate una composizione splendida? Aspetto il giudizio di chi se ne intende per capire se è solo un'impressione mia, o no.
Sinceramente se non siete persone molto curiose e molto pazienti non vi consiglio di guardare il film, a causa dei motivi spiegati nella recensione. Considerate però che viene inserito nella classifica dei film horror di epoca muta, più belli di sempre.
Alla luce di ciò potreste anche dargli un'opportunità, così come ho fatto io.
Se lo farete, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, e come vi è sembrato.


giovedì 6 agosto 2015

Les Vampires

Buongiorno, rieccomi con l'ennesima “recensione” di un film muto.
Quest'oggi presento Les Vampires, film Francese realizzato tra il 1915 ed il 1916 da Louis Feuillade
La scoperta di questo interessante film è avvenuta come sempre grazie ad alcune immagini particolarmente suggestive, presenti in uno dei blog che seguo su Tumblr.

(Una delle foto era questa)

La foto ed il titolo dell'opera mi hanno dapprincipio sviata, facendomi credere che Les Vampires fosse un film horror, ed invece per mia grande meraviglia ed iniziale disappunto, ho scoperto che si trattava di un poliziesco.
Les Vampires è un film ad episodi, cosa che rende la visione della pellicola piuttosto impegnativa, in quanto ciascun episodio dura mediamente tra i 30 ed i 50 minuti.
E il film ne conta ben 10.
Mi ci sono voluti tre giorni per visionare tutte le 7 ore (ripeto: 7 ore) di pellicola, particolarità che colloca Les Vampires nell'elenco dei film piu lunghi mai prodotti nella storia del cinema.
La trama è semplice nella sua costruzione di base, ma presenta numerosi capovolgimenti interni che rendono ogni spezzone unico ed interessante, mantenendo sempre desta tensione e curiosità nello spettatore.
Il giornalista Philippe Guérande ed il suo buffo e svelto compare Mazamette, si trovano coinvolti in una sordida storia di furti e violenze, perpetrati da una banda di criminali chiamata Les Vampires.
Per l'intera durata del film i due cercheranno di incastrare la gang sfuggendo continuamente a rapimenti, conflitti a fuoco, e a tutto quello che potreste vedere in un qualsiasi film di James Bond, realizzato parecchie decine di anni dopo.
In questa storia troverete continui trucchi, colpi di scena, situazioni drammatiche, e un quantitativo di sparatorie che nulla ha da invidiare ad un thriller prodotto ai giorni nostri.
Musidora, l'attrice che impersona Irma Vep (il cui nome è l'anagramma di Vampires) mette in scena una creatura di dubbia moralità, dark ed opportunista come poche, e dalla resistenza paragonabile a quella di un gatto dalle nove vite.

(Musidora - Irma Vep)

In un susseguirsi di intrighi, rapimenti, anelli e penne stilografiche avvelenate, gas che paralizzano, tutine nere aderenti, esplosioni e risse, Les Vampires scorre via per le sue monumentali sette ore in maniera incredibilmente lieve, senza annoiare lo spettatore.

(Gas paralizzanti, giusto per gradire)

Ciascun episodio presenta un titolo suggestivo, che riassume l'argomento trattato nello stesso.
Ecco la lista completa:
"The Severed Head" 33 mins.
"The Ring That Kills" 15 mins.
"The Red Codebook" 39 mins.
"The Spectre" 30 mins.
"Dead Man's Escape" 35 mins.
"Hypnotic Eyes" 54 mins.
"Satanas" 46 mins.
"The Thunder Master" 52 mins.
"The Poisoner" 48 mins.
"The Terrible Wedding" 60 mins.
Come potete vedere la durata delle scene è variabile, e tende ad aumentare progressivamente.
Il film è stato girato a Parigi durante gli anni della prima guerra mondiale, cosa che rese particolarmente complicata la produzione, a causa delle inevitabili problematiche legate ad un periodo tanto drammatico.
Alcune parti sono state realizzate grazie all'uso di stock footage, ovvero spezzoni di pellicola appartenenti a documentari, cinegiornali ed altro, inseriti all'interno del film per ovviare alle difficoltà di “mettere in piedi” scene particolarmente complesse e spettacolari.
Un altro espediente creativo impiegato per dare maggiore “spessore” all'intera narrazione, e che consente allo spettatore di seguire i vari cambi di orario e luogo in modo semplice e diretto, è quello di tingere la pellicola con colori differenti, a seconda del tipo di luce/ambiente presentato.
Avremo dunque scene color seppia per gli interni, verde in caso di esterno giorno, blu per la notte o l'assenza totale o quasi totale di luce, rosso per luoghi e condizioni atmosferiche di scarsa luminosità, come interno di locali notturni, e situazioni che si svolgono durante l'alba o il tramonto.
Diventa semplice dunque riconoscere dove e quando la storia viene messa in scena, aggirando abilmente i problemi dovuti al non poter girare in notturna, o in piena libertà.
Scarsamente considerato dai critici per l'assenza di espedienti cinematografici rilevanti e la dubbia moralità del tema trattato, Les Vampires riuscì a catturare l'amore incondizionato del pubblico, rendendo Musidora una delle attrici Francesi più in voga del periodo.

(Musidora - Irma Vep)

Di fatto Les Vampires presenta una costruzione incredibilmente semplice, che si basa su lunghe scene filmate usando una camera fissa, ed occasionali primi piani di dettagli come nel caso di parti scritte o foto.
L'intera produzione costò davvero poco anche per via dell'uso di fondali dipinti, e il riciclo obbligato e sistematico delle poche suppellettili disponibili.
Musidora, l'attrice che impersona Irma Vep era un'acrobata, e realizzò personalmente tutti gli stunt presenti all'interno della pellicola.
Ho trovato questo film molto godibile seppur dilatato in tempi quasi eterni, e ricco di continue sorprese nella trama, che lo rendono imprevedibile e sempre nuovo.
Irma Vep in particolare si rende protagonista di moltissime parti drammatiche sopravvivendo a calamità, rapimenti, e molto altro, riuscendo sempre a spuntarla brillantemente.
Aiutata dal suo essere moralmente parecchio elastica se la caverà in ogni frangente, divenendo la spalla del potente di turno in sublime naturalezza.
La versione da me trovata su YouTube, che ho scoperto poi essere priva di parte del finale (scovato in un altro canale) presenta una colonna sonora molto interessante, che ha attirato la mia curiosità.
Si tratta di una composizione royalty free  a cura di un artista chiamato Kevin MacLeod, il quale rende le proprie creazioni sonore disponibili gratuitamente, a chi ne volesse fare uso.
Il sito dove trovare l'intera sua produzione si trova QUA e comprende una vastità di generi e temi tra i piu vari, rigorosamente raggruppati in categorie per facilitarne l'uso.
Vi lascio con i link alle schede wikipedia ed IMDb e... buona visione!

martedì 9 giugno 2015

Salome' - 1923

La curiosità segue vie infinite.
Questo ho pensato quando, durante il mio quotidiano giro su Pinterest, sono incappata in una foto che ha immediatamente catturato la mia attenzione.
La foto era questa, e raffigura Alla Nazimova, un'attrice Russa, principalmente attiva durante l'epoca del cinema muto.


Mi sono interessata alla sua figura, scoprendo che nel 1923, ha interpretato Salomé nel film omonimo, tratto dal poema di Oscar Wilde illustrato da Aubrey Beardsley, artista che amo molto.
La scorsa estate, sono andata in giro per Brighton in Inghilterra, cellulare impostato su Google Maps e senso dell'orientamento nullo, in cerca della casa natale di Beardsley, trovandola infine dopo lungo girovagare.



Figuratevi dunque la mia gioia, nel comprendere che il caso mi aveva condotta verso lidi in parte familiari, e di sicuro stimolanti.
Sono andata a cercare il film su YouTube, e ieri notte l'ho guardato, pensando che vista la sua impostazione sperimentale e di film d'arte, l'avrei probabilmente trovato pesante ed ostico, ed invece... meraviglia! Questa pellicola mi ha conquistata appieno, tanto da farmi venire voglia di acquistarne il DVD.
La storia, adattamento libero del racconto biblico incentrato su Salomé e l'esecuzione di San Giovanni Battista (nel film ribattezzato Jokaanan), si dipana per poco più di un'ora, mettendo in mostra uno spettacolo fortemente stilizzato, elegante e minimale, che ha sinceramente affascinato il mio animo amante della sottrazione.
L'impostazione scenica è teatrale, scarna, e riprende magnificamente le suggestioni create dai disegni di Beardsley.
Il caratteristico motivo a squame presente in molte sue opere, si ritrova nell'arredamento e nei costumi indossati dagli attori.
A proposito di costumi: li ho trovati estremamente creativi e geniali. Ammetto che alcune scelte estetiche di primo acchito mi siano sembrate un tantino buffe, ma nel contesto generale, mano a mano che occhio e mente si abituavano all'insieme visivo, cambiavano radicalmente perdendo quella patina di cosa un po' ridicola, assumendo invece quella di oggetto d'arte vero e proprio.
Di fatto coloro che abitano il palcoscenico nel quale la storia viene recitata, sono veri e propri pezzi d'arte ambulanti, perfetti nella loro grafica essenzialità, che resta sempre in bilico tra bellezza ed eccesso, esattamente come i disegni di Beardsley nei quali gli elementi decorativi pur essendo presenti in gran quantità, mantengono un mirabile equilibrio.
Salomé, con il suo trucco bellissimo ed esagerato, la minuscola tunica di luccicante lamè, e una spettacolare acconciatura, una sorta di capolino fiorito formato da steli leggeri sormontati da piccole sfere che si muovono lievi, e probabilmente tintinnano ad ogni piccolo movimento dell'attrice, è una figura affascinante nella sua stravagante semplicità.
Alla Nazimova aveva piu' di 40 anni quando ha girato il film trovandosi a voler interpretare il ruolo di un'adolescente, riuscendo a risultare credibile nonostante il suo aspetto non avesse granché a che fare con una quattordicenne.
Posso dire tuttavia che la signora Nazimova, era incredibilmente splendida per essere una ultra quarantenne. Il suo volto espressivo e sofferente, il corpo snello ed agile nella danza, fanno dimenticare che lo spettatore si trovi di fronte ad una donna matura, anziché una ragazzina.
Tutta la narrazione è un immenso balletto che nulla ha da invidiare alle moderne realizzazioni, e Salomé in particolare spicca, grazie all'eleganza e il controllo squisito di ogni gesto.
Vi sono scene particolarmente «forti» visivamente, se inserite nel contesto di una rappresentazione incentrata su movimenti solenni, lenti ed eleganti.
Il suicidio del servo di colore, il suo sdraiarsi a terra in segno di umile sottomissione davanti a Salomé ed Erode, la cattiveria gratuita perpetrata su di lui da parte della principessa, la morte volontaria del capitano delle guardie di corte, gli strali feroci di Jokaanan che invoca punizioni orribili nei riguardi di Salomé, sono tra gli elementi che rendono viva la narrazione senza farla adagiare.
Vi è poi la trasformazione della protagonista, che passa da ragazzina viziata, capricciosa, ma comunque innocente, a quella di donna adulta e sensuale, capace di esprimere pienamente ed apertamente il proprio animo crudele.
La mutazione non è solo negli atteggiamenti, ma anche visiva.
Quando Salomé decide di danzare per Erode e la corte, abiti ed acconciatura cambiano radicalmente, e la cosa si ripete ancora poco dopo, nelle fasi finali del film, quando la principessa, strappata ad Erode la promessa di ricevere la testa di Jokaanan su di un piatto d'argento completa la propria metamorfosi, rivestendosi di un lussuoso mantello, cambiando ancora acconciatura, e divenendo in tutto e per tutto adulta sia di aspetto che di animo, lasciando fluire all'esterno tutto il rancore per essere stata respinta da Jokaanan, e il suo desiderio di vendetta cruda, selvaggia.
Se non siete avvezzi ai ritmi lenti, la recitazione esagerata, in generale alle dinamiche dei film muti non credo sia il caso di affrontare la visione del film, anche se io ve la consiglio comunque.
Da anima curiosa quale sono desidero spingere anche altri verso una sana curiosità, e un giro su YouTube non farà male a nessuno.
QUA potete trovare il link ad uno slideshow di immagini tratte dal film.
Vi lascio con un pettegolezzo riguardo il film.
Voci di corridoio narrano che il cast di questa pellicola fosse interamente gay in onore dell'autore, ovvero Oscar Wilde, ma non vi sono certezze a riguardo.
Di sicuro alcuni dei soggetti in scena impersonano figure che si avvicinano moltissimo all'estetica gay, e tra le presenze «femminili» all'interno della corte di Erode, vi sono diversi uomini in drag.
Ho trovato un paio di versioni del film su YouTube, scegliendo di visionare quello diviso a spezzoni, perché migliore dal punto di vista dell'immagine.
Non ho idea se la colonna sonora sia quella originale, ma l'ho comunque trovata azzeccata con i suoi toni cupi ed ossessivi, primitivi, tribali.
Buona visione se vorrete, e, nel caso, lasciatemi i vostri commenti.



Ah, un'ultima curiosità: ora so con certezza da dove gli Smashing Pumpkins abbiano preso ispirazione (tra le altre cose) per il video di “Stand inside your love”.







mercoledì 15 aprile 2015

La Coquille et le clergyman


Lo scorso Novembre, seguendo i link di una pagina dedicata alla minimal wave e generi musicali simili, sono approdata ad un video, che presentava un montaggio di scene tratte da questo film.


(Newclear Waves - God of war)

Cosi' l'ho cercato, trovato e visto.
Si tratta di una pellicola sperimentale Francese realizzata nel 1928 e della durata di 31 minuti e rotti, che vi catapultera' in un universo fatto di immagini inquietanti e prive di un reale significato.
Proprio cosi', questo film non ha una trama definita e non ha un senso dichiarato.
L'unico tema o filo conduttore rintracciabile, e' quello dell'ossessione erotica di un prete, per la moglie di un generale.



In pratica assistiamo ad una serie di immagini mentali di tipo onirico o allucinato, che si susseguono senza avere alcuna struttura codificata.
Lo vidi in una piovosa e spettrale notte, al buio, e devo dire che nonostante la mia nulla cultura in fatto di cinema ed arte, sono riuscita ad apprezzarlo.
La mia comprensione dell'opera si e' rivelata ben scarsa, ma credo vi sia poco da capire in senso stretto.
Il film, comunque, mi ha lasciato una sensazione di disagio e follia stranamente attraenti. Suppongo derivi dall'indubbio fascino delle scene presentate, e dall'atmosfera malata che permea l'intera pellicola.
Se vi va, siate curiosi e guardatelo, senza cercarvi nulla piu' di un mucchio di sogni e deliri.
Se invece vi troverete dei significati netti, parliamone.