giovedì 17 agosto 2017

Johanne

Su Instagram, si fanno incontri strani.
Quando controllo chi abbia messo like ai miei post di street art (se volete vederli, cliccate QUA) spesso incappo in personaggi singolari, a volte imbarazzanti.
A volte, invece, trovo soggetti interessanti.
A volte, invece, trovo un piccolo studio di animazione, in grado di produrre un corto delizioso che ieri notte ho gustato in santa pace, restandone piacevolmente impressionata.
Ora, non immaginate chissà che; è “solo” animazione 2D fatta con il cuore, dai colori gentili ed il tratto rotondo, quasi infantile.
Però mi ha conquistata, e dunque ne parlo in questo post.
Lo studio del quale parlo, è il Dragonbee Animation.
Di base a Londra, produce, come dicono nel loro sito: “unique and inspired animation.”
L’opera che vi propongo si intitola “Johanne.”




Delicata, musicale, morbida.
E piena di sorprese.
La storia, sviluppandosi in poco più di tre minuti ci porta per mano in un crescendo, che credo vi stupirà.
E non dico altro, perché altrimenti, che gusto c'è?
Qua i link per sito, corto e altro.
Buona visione!

Dragonbee Animation: 


giovedì 13 ottobre 2016

Posle Smerti - After Death

Posle Smerti (After Death) è un film Russo del 1915, diretto da Yevgeni Bauer
Bauer era uno dei più importanti registi Russi di inizio secolo, ma purtroppo gran parte delle sue opere sono andate perdute.
Di una settantina, ne sopravvivono solo ventisei.
Una di queste è Posle Smerti – After Death.
Sono rimasta piacevolmente impressionata da questo film, non più lungo di 47 minuti.
Sono presenti interessanti inquadrature, e un uso della carrellata davvero notevole per l'epoca.
In una scena ho provato molta tenerezza nell'ammirare con quale difficoltà si allontanasse la camera, per passare da un' inquadratura stretta ad una ampia.
Abituati alle prodezze delle moderne tecnologie, la lentezza e le piccole incertezze di quella manovra, sono risultate persino commoventi.
In una delle scene di apertura, assistiamo ad una pregevolissima carrellata su di un lussuoso party.
La camera procede inquadrando la sala scorrendo in orizzontale dando allo spettatore una fugace visione dei partecipanti, tutti estremamente bravi e naturali nelle loro interpretazioni.
Di cosa parla la storia?
Il plot è assai semplice, ma di effetto. Un'unica pecca grossa come una casa rovina l'insieme del film, e ve ne parlerò al momento opportuno.
Andrei è uno studente universitario orfano di madre. Vive con la zia iperprotettiva, e passa le sue giornate in solitudine e reclusione a studiare.
Un suo amico, preoccupato che il ragazzo finisca col trascorrere tutta la vita in isolamento lo invita ad un party.
Andrei va seppur di malavoglia, e lì incontra una giovane attrice di nome Zoya.
Vi è un intenso scambio di sguardi tra i due, che rende evidente come i giovani siano rimasti affascinati l'uno dall'altro.
Andrei rivedrà Zoya in un'altra occasione, e sempre per “colpa” dell'amico.
Disorientato dai sentimenti che prova, e desideroso di non assecondarli per conservare la propria dedizione allo studio, rifiuta di stringere ulteriori rapporti con Zoya.
La ragazza tuttavia, invia ad Andrei una missiva: vuole incontrarlo.
I due si vedono in un parco, e Zoya si dichiara ad Andrei.
Lui, stupefatto e confuso reagisce in maniera piuttosto fredda suscitando la delusione di Zoya, che se ne va lasciandolo solo.
Tre mesi dopo l'uomo scoprirà che Zoya si è avvelenata, a causa di un amore non corrisposto.
Sconvolto, va dai parenti di lei. La sorella darà al giovane il diario personale di Zoya e la sua foto.
Da quel momento in avanti Andrei svilupperà un'ossessione per la donna, che lo porterà ad avere sogni inquietanti, visioni, malesseri.
Al termine del film, sopraffatto dagli eventi, morirà.
Le parti oniriche sono a mio parere splendide.
Zoya, interpretata dall'attrice-ballerina classica Vera karalli si presenta avvolta da un etereo abito bianco. I lunghi capelli sciolti e fiori sul capo, la rendono una visione magica, piena di fascino.


Lo scenario è scarno, suggestivo.
Solo un campo di grano, mosso dal vento.
La scena in cui Zoya dopo aver assunto il veleno inizia a stare male e poi muore, è recitata in maniera mirabile per l'epoca.
Non presenta esagerazioni, è davvero molto realistica e al contempo elegante.
Le parti dove Andrei incontra il fantasma di Zoya nella realtà, ovvero all'interno di casa sua, trasmettono uguale fascino.
Tutto appare molto onirico, sospeso, estremamente ben confezionato.
L'unica pecca, ed è una pecca davvero grossa, sta nella scena che in teoria dovrebbe essere quella chiave in tutto il film.
Quando Zoya ed Andrei si incontrano la narrazione perde colpi, e sembra mancare di elementi essenziali per far comprendere allo spettatore l'importanza e la gravità di quanto sta accadendo.
Ho dovuto rivedere la scena, perché non riuscivo a cogliere il motivo preciso per il quale Zoya avesse deciso di uccidersi.
Anche dopo una seconda visione, sono rimasta perplessa.
In ogni caso questo film costituisce una piccola perla, e credo vada visto in virtù delle sue qualità tecniche, per l'atmosfera suggestiva, e la bellezza di alcune scene.
Una curiosità, Vera Karalli sembra sia stata un elemento chiave nell'assassinio di Rasputin.
La sua presenza nel Palazzo Reale il giorno dell'omicidio, e la sua condizione di amante del Granduca Dmitri Pavlovich, ovvero uno dei mandanti di quell'esecuzione, fanno supporre che anch'essa facesse parte del complotto.
Il film lo trovate per intero su youtube, sottotitolato in Inglese.
Buona visione.

sabato 24 settembre 2016

Kaze to ki no uta - Il poema del vento e degli alberi

Il poema del vento e degli alberi (Kaze to Ki no Uta) è un anime del 1987 tratto dal manga omonimo, pubblicato in Giappone tra il 1976 e il 1984.
Considerato uno dei primi titoli con tematiche omosessuali, impiegò ben nove anni prima di venire pubblicato, poiché l'autrice Keiko Takemiyasi rifiutò categoricamente di censurare le parti scabrose contenute nella storia.
L'adattamento animato del 1987 mostra solo la prima parte, del ciclo narrativo contenuto in  Kaze to Ki no Uta
L'intera vicenda si svolge in Francia, precisamente in Provenza, nella seconda metà del 1800.
Serge è un giovane ragazzo figlio di un aristocratico e una zingara, che rimasto orfano viene inviato in un prestigioso collegio maschile, lo stesso dove il padre aveva studiato in gioventù.
Serge, ormai adulto, torna a visitare i luoghi che lo videro adolescente, rimettendo piede nella stanza numero 17 teatro della sua turbolenta relazione con Gilbert, il compagno di stanza.


Gilbert è un giovane di angelica bellezza, il cui comportamento suscita disapprovazione e chiacchiere.
Sin da subito risulta chiaro come Gilbert sia invischiato in sordide relazioni sessuali con diversi uomini.
Sembra inoltre soffrire di una salute alquanto cagionevole, che necessita un uso costante di medicinali, ai quali è ormai assuefatto.


Serge, ragazzo innocente, nobile e dall'animo puro, si ritrova a dover avere a che fare con questo strano e disturbante soggetto evitato da tutti.
Ogni studente sa che razza di vita faccia, ma nessuno interviene affinché le cose cambino, o si interessa a cercare di capire perché Gilbert sia tanto ossessionato da relazioni violente, promiscue e pericolose.
Sarà proprio Serge a preoccuparsi per lui, cercando in ogni maniera di instaurare un contatto positivo con il compagno di stanza.
Gilbert per tutta risposta chiedera' ad uno dei suoi amanti di far fuori il ragazzo, in cambio di “tutto ciò che vuoi” alludendo ad una prestazione sessuale.
La cosa sembra andare come stabilito quando l'amante mette fuori combattimento Serge, e poi decide di prendersi ciò che gli spetta forzando Gilbert ad un rapporto omosessuale.
A questo punto Serge, ripresosi dallo stordimento (gli era stato somministrato dell'etere) salva Gilbert azzuffandosi con l'amante del ragazzo, mostrando non solo di possedere una grande forza fisica e tenacia, ma anche e sopratutto un animo indomito, leale, solido come acciaio.
Così Gilbert decide di “accettare” Serge.
Si tratta di una vittoria momentanea per il ragazzo, il quale si vedrà ben presto costretto ad affrontare la consapevolezza che Gilbert è felice di vendere il proprio corpo.
Non mi dilungo in ulteriori dettagli per non guastarvi troppo il piacere di visionare il film, qualora decideste di farlo.
Il poema del vento e degli alberi è un anime coraggioso, onesto e non troppo edulcorato, che parla di omosessualità, stupro, uso di droghe, sadismo e discriminazione.


Gilbert si rivelerà essere nulla più di una creatura spezzata ed infelice abusata sia dal suo tutore/zio nonché benefattore del collegio in cui studia, (cosa che spiegherebbe perché possa mancare al coprifuoco o alle lezioni senza venire punito) che da tutti gli uomini con cui ha avuto a che fare.
Lo zio l'ha “educato” al piacere di essere torturato e usato, tanto che quando il giovane che prova per l'uomo un sentimento sincero riceve da lui una lettera dal contenuto scioccante impazzisce di dolore, sfogando quanto sente in un rapporto sessuale di incredibile violenza.
Purtroppo non ho idea di cosa parlasse la lettera, perché la versione in Italiano scovata su YouTube non offre sottotitoli con la traduzione dei kanji Giapponesi in sovrimpressione.
Deve trattarsi in ogni caso di parole terribili o dolorose studiate appositamente per indurre Gilbert a soffrire, dedicandosi all'autolesionismo per compiacere i desideri dello zio.
L'uomo nutre la perversa convinzione che solo tramite tanto dolore, il giovane potrà divenire un essere dotato di pura sensualità.
Sconvolto Gilbert si recherà da uno dei suoi amanti, invocando di essere preso con la violenza, picchiato, stretto sino alla morte.
È evidente come il concetto di amore espresso dal giovane sia distorto a causa delle sevizie subite in tenera età, rendendo Gilbert una figura vulnerabile tristissima nella sua fragilità di essere umano soggiogato, sfruttato, reso incapace di guardare ai sentimenti e al sesso in maniera equilibrata.
Solo Serge sembra possedere la chiave segreta, per donare un briciolo di luce a quell' anima resa oscura dalla sofferenza.
Gilbert tornato in collegio dopo il burrascoso rapporto, chiederà a Serge di dormire con lui.
Serge dapprima si opporrà, accettando poco dopo per compiacere il compagno di stanza.
Non è un atto di debolezza il suo, e tanto meno di pietà; si tratta di amore, poiché tra le righe si capisce come Serge sia attratto da Gilbert.
I due dormiranno assieme, nudi, abbracciati l'uno all'altro.
Finalmente Gilbert può assaporare vero calore umano, pace, amore sincero.
Attraversato da un filo costante di tristezza e cupa disperazione, vagamente disturbante per i temi trattati contrapposti allo stile di disegno del periodo tutto occhioni stellati e linee delicate, Kaze to ki no uta scorre tenendo lo spettatore agganciato allo schermo dal principio alla fine.
Opera importante per il suo gusto rivoluzionario, tutt'ora attualissima nella sua cruda semplicità, Il poema del vento e degli alberi e' un film imperdibile per tutti gli appassionati del genere, per chi si interessi di temi omosessuali in arte e letteratura, per gli amanti dell'animazione giapponese in stile vintage.
Cercatelo, guardatelo, e lasciatevi rapire.

giovedì 22 settembre 2016

Neo Tokyo - 1987

Ieri, dopo diverso tempo ho aperto nuovamente questa pagina, rendendomi conto che non facevo un post da troppo.
Così ho pensato di rimediare visionando uno dei corti/film archiviati mesi fa, nelle mie playlist di YouTube.
Neo Tokyo è un' antologia di genere science fiction prodotta nel 1987, della durata di 50 minuti.
Il film è composto da tre segmenti, realizzati ciascuno da un differente autore.
Ogni parte racconta una storia sé stante per stile, disegno e colorazione.
I tre episodi sono rispettivamente:
1)  Labyrinth Labyrinthos diretto da Rintaro
2) The Running Man diretto da Yoshiaki Kawajiri
3) Construction Cancellation Order diretto da Katsuhiro Otomo
Il film si apre portando lo spettatore in un misterioso scenario simile ad una foresta, dominato dalla presenza di una grande porta in pietra.
Il portale ha sembianze grottesche e spaventose, ed appare identico ad una delle opere presenti all'interno del Parco dei Mostri a Bomarzo, provincia di Viterbo.
Sachi è una bimba dall'aspetto buffo e bizzarro, impegnata a giocare a nascondino con Cicerone, il suo gatto.
Cercandolo ovunque, lo trova dentro un orologio a pendolo.


L'orologio diviene un portale verso un mondo-labirinto dove mostri, assurdità, creature soprannaturali si susseguono in un vortice di inquadrature ricercate, cambi di scena, mutazioni improvvise dei personaggi.
Sachi è una specie di Alice nel paese delle meraviglie che corre attraverso tutto questo inseguendo le lusinghe di un clown, accompagnata dal fedele Cicerone.
Una scena mi ha ricordato molto le dinamiche dei film muti, quando il clown, riuscito finalmente nell'intento di condurre Sachi al suo circo la invita ad entrare, e quanto dice non è udibile a parole, ma compare in un pannello di testo.
Sachi entra nel circo, una luce la investe, e lo spettacolo inizia.
A questo punto, prende il via il secondo corto, ovvero The Running Man.
Il tema dominante, sono le corse automobilistiche.
Non si tratta però di normali competizioni, poiché tutto si svolge in un futuro dai toni cupi alla “Blade Runner”, dove i piloti gareggiano all'interno di potentissime auto a reattori.
La corsa è denominata “Death Race” poiché molti muoiono durante la competizione.
Zack Hugh è il campione indiscusso della Death Race da ben 10 anni.
Un reporter viene mandato ad intervistarlo, scoprendo come Zack sia in possesso di straordinari poteri telecinetici, dei quali si serve per fare fuori gli avversari.
Il suo corpo provato da anni di corse intensive, sta raggiungendo il limite.
Durante una corsa Zack come sempre vince, ma successivamente a ciò i suoi segnali vitali cessano.
“Life function terminated” recita lo schermo presente nei box, dove il team del pilota in preda all'incredulità, ne constata la morte.
Eppure, l'auto di Zack seguita a correre.
L'uomo, viene doppiato da un pilota fantasma.
Zack, non accettando l'affronto spinge la sua auto al massimo distruggendola e distruggendosi, in un crescendo di esplosioni, vetri che si infrangono, fiamme, e danni fisici.
Ormai ridotto ad una maschera di sangue e preda di un delirio folle, riesce finalmente a sorpassare il fantasma.


Il suo volto sfigurato, deformato, precede di poco l'esplosione dell'auto, che si muta in una mortale palla di fuoco.
Non è chiaro se il pilota sia morto, e se quanto accaduto dopo il segnale “Life function terminated” sia reale, oppure no. 
Forse si tratta di una gara tra entità spettrali, o magari il corpo dell'uomo ha ceduto liberando il potere telecinetico, sino a creare delirio ed autodistruzione.
In ogni caso amo la colorazione di questo episodio, e  la sua impronta horror-splatter tipicamente fine anni '80, inizio anni '90
Dopo una transizione con schermo nero, il terzo corto inizia distinguendosi dagli altri due per i colori chiari, caldi, lo stile morbido, e la storia in apparenza leggera e grottesca.
A seguito di una rivoluzione in un fittizio stato del Sudamerica, il nuovo governo decide di sospendere le opere di costruzione di un'immane struttura denominata 444
Un giovane impiegato (Tsutomu Sugioka) viene mandato sul posto, per assicurarsi che gli ordini vengano eseguiti presto, bene, e limitando al massimo le perdite di denaro e materiali.
Ad accogliere il ragazzo vi è un robot alquanto malmesso, identificato dal numero 444 – 1


La storia è semplice, e quasi comica per buona parte del corto.
Tsutomu proverà disperatamente a convincere 444 -1 a far cessare i lavori, ma questi fedele alla consegna e a routine fisse si rifiuterà categoricamente di obbedire, giungendo persino a tentare di uccidere l'uomo.
Nel frattempo, il cantiere diviene sempre più instabile. Ogni giorno decine di robot collassano a causa del troppo lavoro, la costruzione sembra andare indietro anziché avanti, in un marasma di incidenti, malfunzionamenti, e problemi di ogni tipo.
Alla fine Tsutomu, esasperato da quella situazione e dalla cocciutaggine insensata di 444 – 1 decide per una soluzione drastica, attaccando il robot.
Tenta di abbatterlo, con la speranza che questo basti a bloccare tutto.
Purtroppo non va secondo i piani dell'uomo, il quale si vede costretto a seguire il cavo di alimentazione di 444 -1, sino al cuore energetico dell'intera struttura.
Mentre si allontana, giunge un messaggio da parte dei suoi superiori: c'è stato un nuovo cambio al potere, il progetto deve essere ripreso.
Tsutomu non lo sente, è troppo impegnato a lottare contro il cuore vivo del cantiere.
A questo punto lo spettatore torna nel circo, ritrovando Sachi e Cicerone.
Lo spettacolo è finito. Sachi e il gatto partecipano ad una parata grottesca, che si conclude in un tripudio di fuochi artificiali.
L'ultima cosa che vediamo sono Sachi e Cicerone, seduti dinnanzi ad uno schermo televisivo: stanno guardando loro stessi.
Neo Tokyo è un film bizzarro, onirico, sorprendente.
Il livello qualitativo appare molto alto, le storie sono curate e graficamente interessanti.
Molto viene lasciato all'immaginazione, nulla sembra essere mai del tutto chiaro, ed in generale regna quell'atmosfera oscura, inquietante ed un po' malata, tipica delle produzioni di quegli anni.
Consigliatissimo, specie in una notte silenziosa e piovosa come quella in cui sto scrivendo.

venerdì 15 luglio 2016

The Cameraman's Revenge

Quest'oggi, dopo aver sperimentato l'ebrezza di fare l'imbecille in giro andando a caccia di Pokemon (sì, pure io ho installato Pokemon GO, e per una alla quale è mai fregato nulla di questi animaletti, direi che è notevole) ho dato un'occhiata alla lista dei film muti salvati su YouTube, decidendo di visionarne uno a caso.
La scelta, è caduta su di una pellicola alquanto bizzarra.
The Cameraman's Revenge è un film del 1912 realizzato da Ladislas Starevich, regista del quale ho già parlato in passato.
Ladislas Starevich deve la sua fama al fatto di essere stato l'autore del primo film  nella storia del cinema, con protagonisti dei pupazzi animati.


Tutta la sua carriera come regista, è stata dedicata alla realizzazione di film animati, utilizzando la tecnica denominata “stop motion”
Come si può intuire, anche The Cameraman's Revenge è stato “costruito” con questa tecnica.
In un epoca come quella dei primi anni del '900, l'abilita' di  Starevich, la sua indiscutibile passione e costanza, risplendono in maniera speciale.
Nei tredici minuti e rotti, assistiamo ad una storia di infedeltà e vendetta tra... insetti.
Avete capito bene, gli attori in scena sono scarabei, libellule, cavallette e via discorrendo.
Starevich avrebbe voluto impiegare insetti vivi per il suo progetto, ma sciaguratamente per lui (e per le povere creature) il calore dei fari di scena era a loro insostenibile.
Fu così obbligato ad utilizzare esemplari morti (e menomale direi), elaborati in maniera tale da renderli adatti ai suoi scopi.
Devo dire che assistere ad una sordida storia di tradimenti messa in scena da insetti, si è rivelata un'esperienza davvero unica.
Quello che lascia sorpresi, non è tanto il tema “adulto” e trito del corto, ma il modo di muoversi degli "attori" protagonisti.
Pur presentando un fluidità non ottimale (stiamo parlando del 1912, ricordiamolo) gli insetti agiscono davanti alla macchina da presa, sfoggiando movimenti tutt'altro che semplici.
E qua, inevitabilmente, ho provato un'ammirazione potente per questo regista, dalla pazienza certosina.
La trama è semplice, e spiega il perché di un titolo come  “The Cameraman's Revenge”.
Mister Grasshopper (cioè cavalletta, nel caso qualcuno non lo sapesse) è un cameraman. Decide di vendicarsi di Mister Beetle (scarabeo) filmandolo di nascosto, mentre si intrattiene con un'avvenente Dragonfly (libellula)
La sua vendetta, scaturita da una banale lite al nightclub dove la libellula si esibisce come soubrette giungerà al suo culmine, quando Mister Beetle andrà al cinema in compagnia della moglie, vedendo proiettato sullo schermo un film molto particolare: il suo incontro proibito con la soubrettina.
L'addetto alle proiezioni difatti, è nientemeno che Mister Grasshopper.
Al di là della trama, che come potete vedere è nulla più di un drammone popolare da giornaletto scandalistico, il corto ha un fascino che oscilla tra macabro e stupefatto, nell'ammirare questi insetti (morti) compiere azioni comuni agli esseri umani come guidare un auto, baciarsi, dipingere o altro.
È davvero stranissimo, ed a tratti disturbante.
Ammiro inoltre il coraggio del regista, per aver scelto di utilizzare queste creature come protagoniste; non si tratta certamente di soggetti graditi a tutti, specie se parliamo di scarabei o cavallette.
Una visione interessante, strana, un po' creepy forse, ma degna di attenzione.
Potete trovare  The Cameraman's Revenge per intero su YouTube.

lunedì 11 luglio 2016

Destiny/Der Müde Tod

Destiny/Der Müde Tod è un film muto del 1921 diretto da Fritz Lang, il leggendario regista Tedesco autore di “Metropolis”, assoluto ed indiscusso capolavoro del cinema muto. (che prima o poi guarderò)
Come spesso mi accade, e so di suonare molto ripetitiva, sono arrivata a questa pellicola tramite vie traverse ed insolite.
La molla, è scattata grazie al brano “Pleiady” dei Schonwald, un gruppo Italiano di darkwave, post-punk e generi affini, scoperto qualche giorno fa.
Il video che accompagna la canzone, è realizzato montando spezzoni tratti dal film di cui vi sto parlando.
Le scene utilizzate sono quelle più suggestive, oscure e magiche, presenti in “Der müde Tod”
Affascinata da brano, video, e dalla presenza di Lil Dagover nei panni della protagonista, ho subito fatto una ricerca nel web, per tentare di trovarlo.

Lil Dagover 

Lil Dagover è un'attrice a me familiare, in quanto protagonista del leggendario “The Cabinet of Dr. Caligari” film che da sempre suscita risatine e battute sarcastiche, per via di questa scena entrata di diritto nell'immaginario comico collettivo.
Ero dunque assai curiosa di vederla in panni differenti, e posso dire di averla apprezzata moltissimo.
Libera dagli eccessi della recitazione espressionista, ha portato in scena una figura femminile splendida dall'emotività appena enfatizzata, capace di rendere ogni sfumatura della storia con grande bravura.
La pellicola è disponibile per intero su YouTube, e in un formato qualitativo eccellente.
Ho apprezzato anche la colonna sonora perfettamente calzante in ogni situazione, non monotona e curata. 
La storia, è una fiaba dark che ne contiene altre di vario genere, il cui tema di base mi ha ricordato moltissimo diversi racconti appartenenti all'universo delle fiabe, (per l'appunto) e leggende popolari.
Tutto si basa su di una donna alla quale la morte ha portato via il fidanzato, nel bel mezzo di quello che ha tutta l'aria di essere un viaggio di nozze.
Spinta dalla convinzione che l'amore può essere forte quanto la morte stessa si reca da quest'ultima, chiedendo di riavere indietro l'anima adorata.
Il triste mietitore, conquistato dalla caparbietà di colei che gli sta dinnanzi, le propone una sfida.
Se risulterà vincitrice, potrà avere indietro il fidanzato.
L'intera scena, si svolge all'interno della dimora dove abita la morte, e dove vengono conservate migliaia di candele rappresentanti ciascuna, la fiamma che mantiene in vita le persone.
Questo è uno dei temi che ho trovato in svariate leggende popolari, e si tratta di un'immagine incredibilmente efficace, romantica e suggestiva, che amo moltissimo.


Proprio delle anime legate a tre grosse candele, dovrà occuparsi la donna. 
Catapultata in tre scenari differenti, i quali costituiscono di fatto tre storie a sé inserite all'interno di quella principale dovrà superare prove e sofferenze, sperando di spuntarla.
I protagonisti del plot di base, ovvero il triste mietitore, i due fidanzati e altri personaggi secondari si trasformano negli attori che animano le storie, durante le quali la donna dovrà cercare di impedire la dipartita del proprio fidanzato.
Questo il tema ricorrente, fisso, che lega ogni ambientazione.
Partendo dall'Arabia durante il sacro periodo del Ramadan si passa poi alla Venezia medievale, sino a terminare la corsa in un Giappone un po' grottesco e caricaturale.
Queste tre parti sono molto curate per quanto riguarda ambientazioni, scenografie e costumi con piccole perle come la presenza di dervisci danzanti nel primo spezzone, ma non mi hanno particolarmente entusiasmata, forse perché da questo film io mi aspettavo atmosfere sospese ed oscure per tutta la durata della pellicola, e non solamente all'inizio e fine.
Sono in ogni caso godibili, ricche di dettagli e dallo stile sempre differente, rendendo la visione mai noiosa e stimolante. (io mi sono annoiata, ma per il motivo descritto poco fa)
Nel primo spezzone troviamo dramma, crudeltà, mistero, e la contrapposizione sempre attuale di un amore contrastato, a causa di motivi religiosi (lei, figlia del califfo, lui, cristiano)
Nel secondo spezzone, quello veneziano, le atmosfere diventano ancora più drammatiche ed oscure, mentre gli scenari rarefatti, meno importanti, per dare maggior risalto al rapporto tra i vari protagonisti.
Il terzo spezzone, quello giapponese, è leggero, comico, ricco di piccole gag e momenti grotteschi.
Troviamo una buona presenza di effetti speciali a volte piuttosto buffi, ma in ogni caso interessanti per l'epoca.
Il finale ci riporta alla realtà, e alle atmosfere gotiche ed oscure già viste in partenza.
La donna, dopo aver fallito nella sua missione, perché la morte non può essere vinta da nessun essere umano e neppure dall'amore, ottiene un'ultima possibilità per salvare il proprio fidanzato: deve trovare un'anima da cedere al triste mietitore, in cambio di quella desiderata.
Questo tema mi è molto caro in quanto presente in moltissime storie lette in passato, (così come del resto le prove, o viaggi compiuti da amanti disperati in cerca del perduto amore) e spunto di base per un racconto che sto scrivendo, e chissà quando vedrà la luce.
In un susseguirsi di scene fortemente drammatiche anche per come sono state realizzate (vi dico solo una cosa, c'è un grande incendio e sembra dannatamente reale. Considerando che all'epoca non possedevano grossi effetti speciali, temo lo fosse) assistiamo al disperato tentativo della donna di indurre qualcuno a cederle la propria vita, al rifiuto di questi ultimi, e ad un momento di grande profondità e commozione che non vi spoilero, per non guastarvi la sorpresa.
Ciò che accade, è facile da intuire: l'infelice sposina si immolerà offrendo la propria vita alla morte, e i due fidanzati verranno riuniti per sempre nell'aldilà.
Un lieto fine dolce amaro per un film dalle suggestioni potenti e un messaggio morale forte, sempre attuale.
Ho amato moltissimo l'attore che impersona la morte: l'ho trovato splendido di una bellezza non consueta e classica, ma per via del magnetismo austero da lui emanato.

Bernhard Goetzke

È una morte malinconica, rassegnata, che non gioisce di ciò che è chiamato a fare, per obbedire ai voleri del Creatore.
Se la sua figura vi sembrerà familiare ricordandovi un' altra celebre raffigurazione della morte, ovvero quella de “Il settimo sigillo” (altro film da vedere) è perché Ingmar Bergman pare si sia ispirato proprio a “Der müde Tod”, per creare il “suo” triste mietitore.
Alcune scene sono bellissime ma non ve le racconto, un po' perché le potete ammirare nel video postato sopra, un po' perché ammesso vi venga voglia di guardare il film, non intendo privarvi delle emozioni che io ho provato. (sperando possano essere anche vostre)


lunedì 27 giugno 2016

Theda Bara

Theda Bara, viene considerata una delle più grandi attrici del cinema muto, nonché la prima, originale ed inimitabile “vamp”
I suoi personaggi femminili seduttori, pericolosi, moralmente discutibili, sono entrati di diritto nella storia.
Agli occhi dei contemporanei, un'attrice come Theda Bara potrebbe essere facilmente e superficialmente catalogata come “poco attraente”, o addirittura “brutta”.


Nelle foto che la ritraggono possiamo notare come l'idea di bellezza nel passato, fosse molto più legata al fascino, piuttosto che alla perfezione estetica.
Theda Bara aveva un naso poco grazioso, era piccoletta, vagamente strabica e non particolarmente slanciata.
Un fisico come il suo al giorno d'oggi, verrebbe bollato come non armonioso e tonico.
Ho sempre trovato quest'attrice leggendaria, i cui film sono andati quasi totalmente perduti a causa di un incendio avvenuto nel 1937 all'interno di un magazzino di proprietà della Fox Film corporation, che mandò in fumo piu di 40000 rulli di pellicola, un soggetto interessante, curioso, in grado di catalizzare l' attenzione.
Solo quattro film e pochi spezzoni sono sopravvissuti, regalandoci la possibilità di capire come mai, venisse idolatrata dal pubblico.
Incuriosita ed affascinata dalle foto che ritraggono questa leggendaria attrice, foto ricche di suggestioni dark, dominate dallo sguardo serio, bistrato di nero della diva, e dalla sua piccola bocca stretta in un bocciolo scuro ed imbronciato, ho deciso di guardare uno dei film superstiti che la vedono protagonista.
Quando “A fool there was” film del 1915 è terminato, ho finalmente capito l'essenza di Theda Bara, del suo essere una figura tanto amata e mitica.



A fool there was è un film dalla trama semplicissima, che racconta di un ricco uomo d'affari felicemente sposato e padre di una deliziosa bimba dai boccoli biondi, che viene sedotto e portato alla rovina dalla “vamp”, impersonata per l'appunto da Theda Bara.


(Mi sono innamorata di questo vestito...)

La donna, usando le proprie grazie, e lasciando sottintendere di essere molto abile nell' arte di stregare un uomo dentro e fuori dalle lenzuola passa di maschio in maschio corrompendoli tutti, sino a renderli schiavi, ed incapaci di staccarsi o avere una volontà propria.
Assistiamo dunque alla lenta ed inesorabile discesa agli inferi della vittima, che nel corso del film sprofonda sempre di più nell'abisso della degradazione e del peccato consumandosi letteralmente, sino a mutarsi in un vecchio canuto privo di forze, determinazione e denaro.
All'interno di questa trama alquanto piatta, Theda Bara risplende grazie ad un'interpretazione magica.
La sua presenza scenica è monumentale, impossibile non restare colpiti.
Ogni gesto, sguardo, espressione, sprigiona puro fascino.
Dopo un secolo ancora risplende, catturando l'immaginario dello spettatore in un vortice dark, ammaliante, incredibilmente attraente.


(Una delle più celebri immagini dell'attrice)

Una figura senza tempo insomma, sopravvissuta alla distruzione e all'oblio grazie ad un carisma speciale, assai più forte di incendi, decenni, modelli estetici.